marzo 28, 2011

marzo 27, 2011

Un attimino

C'è un salotto con un tavolo dove sta cenando un gruppo di raffinati di sinistra.
Si spalanca una porta. Entra uno sconosciuto con un passamontagna che mette un ordigno sul tavolo.
E' una bomba a tempo, lo si capisce dal timer che porta numeri rossi.

"Tra un attimino questa bomba esploderà!". Grida il passamontagna.

"Tra un attimino?" Ripetono i presenti.
"Un attimino?!". "Ha detto un attimino?"
Vogliono sincerarsene.
Santo cielo, ha detto veramente un attimino?
Si.
Ridono.
Bum.

marzo 18, 2011

la mia bandiera


Noi quella notte eravamo finiti in Versilia. 
Al margine meridionale della Versilia in verità,  perché quel tratto di costa, per noi, aveva confini ulteriori e mai ci saremmo avventurati nella Versilia alta, nella Forte dei marmi dei ricchi, per esempio.
Ci fermavamo prima, a Torre del lago.
Avevamo ballato e bevuto e fumato e fatto cazzate a non finire nella discoteca vicino al mare prima e sulla spiaggia, con il rumore delle onde nel buio, poi.

Al ritorno, andando verso Pisa, in quel periodo, chiunque tornasse dalle feste del litorale si fermava a farsi cappuccio e cornetto ad un bar che si chiamava Bar Notturno, e noi non eravamo certo dotati di un carattere tale da fare eccezione.  
Il Notturno stava aperto tutta la notte e verso le tre, le quattro del mattino, c'erano transessuali e delinquenti e ubriachi fuoriusciti, magari incazzati neri, da qualche discoteca, di quelli che se li guardavi ti ritrovavi a litigare e fare a schiaffi in un secondo.

Noi entrammo e di quell'entrata, ad essere sincero, non ricordo nulla. 
Poi c'era un televisore acceso e Ale "il nasuto"  (lui lo ricordo) si ritrova (appunto) con il naso in su a fissare immagini in bianco e nero di una roba fumante.
Io e gli altri ridiamo e abbiamo la schiuma del cappuccio sulle labbra e le brioche che, appena fatte, sono la cosa più buona del mondo. 
Fa calduccio e si sta bene nel bar, mentre fuori s'appresta all'arrivo il babbo natale con le sue renne gelide.
Per quanto mi riguarda, non mi distinguo dagli amici ne per la condizione alcolica ne per l'amore per il cappuccino e la sua schiuma, presente anche sul mio labbro superiore a fare un baffo bianco. E non mi distinguo neppure nel guardare allo schermo del televisore, adesso, dove sono arrivato seguendo il profilo del nasuto, su, fino agli occhi e all'arcata delle sopracciglia, sorprendendomi per la loro inclinazione inusuale a fare la forma tipica delle sopracciglia di chi si sia improvvisamente fatto triste.

Perché è triste il nasuto in questa notte di riparo dal gelo, con il cornetto tanto buono che lui stesso (ora ricordo) in seguito volle dedicargli addirittura una canzone chitarra e voce? 
Perché è triste lui, mosso da quella muscolare gioia di vivere che non gli permette momenti di melanconia o di sofferenza per la disgrazia altrui? Cosa succede? 
Dalla fronte del nasuto vado a mettere gli occhi sulla trasmissione della RAI. 
C'è un treno che fuma. Non un treno a vapore, non fraintendete. Non è il locomotore a fumare. E' un vagone.
Ora mi viene a mente che già una volta avevo visto un vagone fumare. Ero bambino allora e mi aveva fatto tanta impressione. Mi aveva fatto impressione anche il nome del treno che portava quel vagone, lo avevo sentito pronunciare tante volte, era diventato quasi un modo di dire, quasi uno stile: "Italicus".
Ricordo anche che anni dopo  dalla ferrovia lo vidi dal vero quel vagone abbandonato. Stava sui binari, non vorrei dire cazzate, non ricordo con precisione, ma sulla ferrovia tra Firenze e Bologna mi sembra. Da qualche parte, dopo Prato, verso i paesi di Benigni, credo. Lui dovrebbe ricordarlo.

C'era questo relitto di vagone con le costole di fuori, tetto squarciato. Nero di bruciato e ruggine sopraggiunta poi. Ci stette per anni e più volte lo vidi. Un giorno, non ci fu più. C'era il suo binario morto, senza niente sopra.

Siamo al bar Notturno di Torre del lago. Notte vicinissima al natale.
C'è questa trasmissione che parla di un treno che è scoppiato. Saltato in aria, bomba, chiaro, in un tunnel. Dice la televisione che il danno è stato ancora maggiore proprio perché l'esplosione è avvenuta in una galleria. Ricordo di aver pensato che dovevano averlo fatto apposta. 
Qualcuno dice: "vai, un'altra". E tutti pensiamo alla stazione di Bologna. Io aggiungo ai pensieri la storia a fumetti che Andrea Pazienza ha fatto, per quella stazione. 
Quella storia, nella prima parte almeno, ci somiglia un po': Un mezzo tossico preso da questioni di spaccio e consegne e ritiri e soldi che si alambicca il cervello per trovare il modo di fare la giornata e pensa a come e quando e chi, e lo fa alla stazione di Bologna,  alle dieci e qualcosa del due agosto del millenovecentottanta e salta in aria, lasciando i suoi problemi a metà di un balloon.

Negli anni a venire, tutte le volte che sono passato da Bologna, con il treno, ho sempre avuto in mente la frase "Bomba alla stazione di Bologna". Queste parole le sentivo come se qualcuno me le sussurrasse all'orecchio. 
Arrivavo con il treno, fischiavano le ganasce dei freni sulle ruote di ferro originale ed io guardavo al finestrino le pensiline, le persone in attesa di salire ed ecco: siamo a "bomba alla stazione di Bologna". Mi si è cambiato il nome del posto, proprio. 

L'ultima volta che sono passato da quella stazione, un anno fa, stavo andando ad incontrare il produttore del mio futuro primo film. Pensate voi quanti pensieri potevo avere per le bombe di trent'anni prima, eppure mi sono girato, ho cercato (gli occhi l'hanno cercato, sopratutto, come avrebbero fatto per un vizio o un tic) il vecchio orologio fermo alle dieci e qualcosa ed ho sentito la solita frase: sono arrivato a "bomba alla stazione di Bologna".
Poi sono entrato in un hotel con cinque stelle.

Quella notte di tanti anni prima, con i nostri baffi bianchi, uscendo di nuovo nel freddo del 23 dicembre del 1984, stringendoci nei giubbotti per farci più fini al vento ghiaccio dell'alba, parlammo di quanto si doveva essere merde per mettere una bomba in un treno di pendolari, di notte, gente che torna a casa propria, in Italia, dalla Germania, proprio sotto natale.

Credo che a quel punto qualcuno abbia acceso una sigaretta ed abbia detto una frase come "siamo in Italia" e poi, probabilmente, venne fatta una lista cinica e in quella lista c'erano treni e piazze e stazioni, pure un aereo. Credo che a quel punto (vado ad ipotesi di memoria) ci sia presa una rabbia inesprimibile, senza destinatario, una rabbia che trovava spazio e si perdeva tra le righe di pagine di verbali e assoluzioni di mandanti e rimandi e spese processuali a carico dei familiari delle vittime. 
Erano gli anni ottanta. Le cose esplodevano, la gente moriva. 
Io sono cresciuto allora. Forse è per questo che, per quanto mi piacerebbe (Dio solo sa quanto mi piacerebbe) non riesco a fare pace, e festa, con la mia bandiera. 

marzo 05, 2011

Voglio comprarmi una persona

Nanni e io. Again.
Lui all'animazione e io al sonoro come si suole.
Anche stavolta ognuno ha fatto quello che voleva all'insaputa dell'altro. Anche stavolta Giacomo mi ha sorpreso e fatto felice.