maggio 06, 2011

Sciopero

Oggi è sciopero. La troupe è ferma. Io mi riposo e mi guardo il girato di queste settimane. Faccio esperimenti con le musiche.
Con il protagonista abbiamo girato una delle scene più dure di tutto il film. Eravamo solo io e lui. Io sdraiato sotto i sedili dell'auto. Lui alla guida.
Siamo scesi che piangevamo entrambi.
Strano mestiere questo.
Giacomo Monti, l'autore del libro "Nessuno mi farà del male" dal quale questa storia ha preso inizio, è venuto sul set. Ha visto il girato. Era contento.
Questa è una foto che gli ho fatto io.

maggio 01, 2011

Seconda settimana


Il film dovrà essere girato in sei settimane. Questo significa correre sempre. Correre sempre è difficile e faticoso.
Detto questo, con queste condizioni, abbiamo finito la seconda settimana di riprese e le cose sono andate bene. Alla fine io ero particolarmente stanco e nervoso, ma ero l'unico probabilmente, ed il film non penso che se ne sia accorto.
Poi ho dormito e, per dire, mi sono svegliato da poco. Insomma, alle 18 di sera.
Tra le altre cose abbiamo girato in una discoteca, con tante comparse e la musica a palla, e ci siamo divertiti assai.
Lavorare sulle scene con tante comparse è difficile ma molto divertente. Per capire cosa significa e quale emozione possa esserci nel dare vita ad una situazione artificiale, ma generata da persone che artificiali non sono affatto, consiglio la visione dell'inizio di Effetto notte, di Truffaut, che l'ha raccontato con maggior grazia di quanto potrei fare io.

Domani mattina abbiamo altre scene difficili. Tra queste una di nudo che spero di riuscire a portare a termine senza che nessuno provi disagio. Dovrò inventare qualcosa. L'atmosfera dovrà essere ancora più dolce e educata. Credo che sia giusto fare così. Vedremo.

Intanto Chico De Luigi ha fatto altre foto.

aprile 25, 2011

La parola è grazie















Come chiunque che non avesse mai messo piede su un set cinematografico, pure io mi ero fatto un'idea di fantasia.
Nella mia idea di fantasia c'era un aiuto regista urlante che faceva muovere comparse a schiocco di frusta e grida.
C'era anche un sacco di noia, nella mia fantasia, tra una ripresa e l'altra.
E poi c'erano dinamiche di potere e scontri e esseri burberi che spostavano macchinari, grugnendo.

Niente di tutto questo.
Ogni richiesta viene espressa con la massima gentilezza. Ciack in campo per favore. Eccolo. Grazie. Grazie a voi.
Per favore, l'attore, un piccolo movimento sulla destra. Ecco. Grazie, perfetto. Grazie. Grazie a te.
Potrei avere un 5000 su quel palazzo per favore, grazie. Arriva subito. Perfetto. grazie. Grazie a voi.
E' una danza di cortesia.
E' una cortesia formale ma che, nella fatica e nelle corse contro il tempo, diviene condizione sostanziale per lavorare bene.
Questi grazie vengono pronunciati da ogni membro di tutti i reparti verso ogni altro. Dall'incarico più complicato al più semplice, tutto viene iniziato da un per favore e si conclude con un paio di "grazie" reciproci.
Non so se sia sempre così. posso parlare di quest'unica condizione, essendo l'unica che conosco, ma per me è stata una piacevole sorpresa.
Si lavora molto bene così.
Grazie.

aprile 23, 2011

Prima settimana

E' andata.
La prima settimana di riprese è finita. Ci sono stati giorni nei quali abbiamo risolto alcune scene negli ultimi minuti, con una corsa contro il tempo che ha testato in profondità il mio sistema cardiocircolatorio.
Altri giorni che somigliavano ad una festa.
La squadra è sempre più in forma. L'affetto, da parte mia, nei loro confronti, cresce ogni giorno.
In questi sei giorni di lavoro oltre ad avere accumulato 32 ore di sonno arretrato,  ho provato una quantità di emozioni che non credevo potessero scaturire in corpo umano (non nel mio, almeno).

E ora basta sdolcinamenti. Andiamo con un piccolo quiz:
Qual'è, secondo voi, la parola più usata su un set cinematografico (almeno su quello dove sto lavorando io)?

Vediamo chi vince.
Intanto, senza misteri, posso svelare che quello felice, nella foto qui sotto, sono io.
La fotografia è di Massimo Colella.

aprile 21, 2011

Poi

Poi racconterò di come abbia trovato una casa. Di come il set sia il posto migliore del mondo e della squadra di persone incredibili che lavorano con me.
Intanto il blog del nostro fotografo di scena, Chico De Luigi.

aprile 10, 2011

Sei settimane

Oggi è domenica. Dopo settimane di tre o quattro ore di sonno per notte finalmente ho dormito. Ieri pomeriggio alle diciotto sono tornato a casa, ho preso un quarto di pizza, un bicchiere di spuma. Dopo aver mangiato, come Forrest Gump, ho detto: "sono un po' stanchino. Mi stendo un minuto".
Mi sono svegliato sedici ore dopo, ancora vestito, con gli occhiali al collo.

In queste ultime settimane di preparazione del film ho dovuto prendere decine di decisioni. Tutte difficili. Alcune irrevocabili. Altre dolorose.
Ho trascurato la salute, la mia famiglia e gli amici. Avevo una questione importante da aggiustare e non ho trovato un minuto di lucidità per farlo.

Ma qui finisce il lamento.
Una mattina ho fatto un provino ad un cane. Una bellissima bestia ammaestrata che sapeva eseguire più di 160 comandi. Molti di questi erano impartiti dal suo addestratore solo con lo sguardo.
Ho accarezzato un lupo. Un lupo dell' appennino, non un cane lupo. Una femmina, bellissima e dolce, che scodinzolava quando le grattavo il collo.
Accanto a me c'erano due trans che avevano fatto dei provini.
Ho incontrato attori e registi che sognavo di conoscere. Con alcuni sono anche andato d'accordo. Ho sviluppato una affezione quasi commovente per tutti gli attori che ho provinato. Li ho visti arrivare facendosi ore di viaggio, dare il meglio di se e ripartire. E' stata una gioia trovare gli interpreti adatti. Una cosa triste ogni diniego.
Mi sono preso pure del disumano e ho capito che queste cose succedono.

Mi sono trovato a fine giornata al tavolo con tutti i capo squadra. Tutti stanchi morti. Loro tutti lontani dalle famiglie, dai bambini che portano in foto sul cellulare, solo per lavorare al film. Ho sviluppato un rispetto assoluto per tutti quelli che stanno lavorando con me e grazie a loro ho quasi sconfitto la paura di non fare un buon lavoro.

La preparazione di un film è qualcosa che meriterebbe un libro a se, tante sono le cose che accadono. Penso che nei backstage dei film si dovrebbe raccontare questo.

E adesso inizia l'ultima settimana prima delle riprese. Alcune cose non sono ancora andate a posto e mi chiedo come potranno aggiustarsi prima dell'inizio della lavorazione. Mi tranquillizzo vedendo, nelle espressioni delle persone che lavorano con me, che questo, comunque, accadrà.

Da lunedì prossimo ci saranno sei settimane di riprese. Aspetto con terrore e desiderio quel primo momento in cui si sentirà la pellicola che inizia a scorrere. Spero di rimanere calmo. Condurre la barca (mentre affonda) senza perdere la testa. Fare del mio meglio.
Ci risentiamo tra sei settimane.

marzo 28, 2011

The party



Mentre mi trastullo con il cinema Nanni lavora. Questo è l'ultimo figliolo nato.

marzo 27, 2011

Un attimino

C'è un salotto con un tavolo dove sta cenando un gruppo di raffinati di sinistra.
Si spalanca una porta. Entra uno sconosciuto con un passamontagna che mette un ordigno sul tavolo.
E' una bomba a tempo, lo si capisce dal timer che porta numeri rossi.

"Tra un attimino questa bomba esploderà!". Grida il passamontagna.

"Tra un attimino?" Ripetono i presenti.
"Un attimino?!". "Ha detto un attimino?"
Vogliono sincerarsene.
Santo cielo, ha detto veramente un attimino?
Si.
Ridono.
Bum.

marzo 18, 2011

la mia bandiera


Noi quella notte eravamo finiti in Versilia. 
Al margine meridionale della Versilia in verità,  perché quel tratto di costa, per noi, aveva confini ulteriori e mai ci saremmo avventurati nella Versilia alta, nella Forte dei marmi dei ricchi, per esempio.
Ci fermavamo prima, a Torre del lago.
Avevamo ballato e bevuto e fumato e fatto cazzate a non finire nella discoteca vicino al mare prima e sulla spiaggia, con il rumore delle onde nel buio, poi.

Al ritorno, andando verso Pisa, in quel periodo, chiunque tornasse dalle feste del litorale si fermava a farsi cappuccio e cornetto ad un bar che si chiamava Bar Notturno, e noi non eravamo certo dotati di un carattere tale da fare eccezione.  
Il Notturno stava aperto tutta la notte e verso le tre, le quattro del mattino, c'erano transessuali e delinquenti e ubriachi fuoriusciti, magari incazzati neri, da qualche discoteca, di quelli che se li guardavi ti ritrovavi a litigare e fare a schiaffi in un secondo.

Noi entrammo e di quell'entrata, ad essere sincero, non ricordo nulla. 
Poi c'era un televisore acceso e Ale "il nasuto"  (lui lo ricordo) si ritrova (appunto) con il naso in su a fissare immagini in bianco e nero di una roba fumante.
Io e gli altri ridiamo e abbiamo la schiuma del cappuccio sulle labbra e le brioche che, appena fatte, sono la cosa più buona del mondo. 
Fa calduccio e si sta bene nel bar, mentre fuori s'appresta all'arrivo il babbo natale con le sue renne gelide.
Per quanto mi riguarda, non mi distinguo dagli amici ne per la condizione alcolica ne per l'amore per il cappuccino e la sua schiuma, presente anche sul mio labbro superiore a fare un baffo bianco. E non mi distinguo neppure nel guardare allo schermo del televisore, adesso, dove sono arrivato seguendo il profilo del nasuto, su, fino agli occhi e all'arcata delle sopracciglia, sorprendendomi per la loro inclinazione inusuale a fare la forma tipica delle sopracciglia di chi si sia improvvisamente fatto triste.

Perché è triste il nasuto in questa notte di riparo dal gelo, con il cornetto tanto buono che lui stesso (ora ricordo) in seguito volle dedicargli addirittura una canzone chitarra e voce? 
Perché è triste lui, mosso da quella muscolare gioia di vivere che non gli permette momenti di melanconia o di sofferenza per la disgrazia altrui? Cosa succede? 
Dalla fronte del nasuto vado a mettere gli occhi sulla trasmissione della RAI. 
C'è un treno che fuma. Non un treno a vapore, non fraintendete. Non è il locomotore a fumare. E' un vagone.
Ora mi viene a mente che già una volta avevo visto un vagone fumare. Ero bambino allora e mi aveva fatto tanta impressione. Mi aveva fatto impressione anche il nome del treno che portava quel vagone, lo avevo sentito pronunciare tante volte, era diventato quasi un modo di dire, quasi uno stile: "Italicus".
Ricordo anche che anni dopo  dalla ferrovia lo vidi dal vero quel vagone abbandonato. Stava sui binari, non vorrei dire cazzate, non ricordo con precisione, ma sulla ferrovia tra Firenze e Bologna mi sembra. Da qualche parte, dopo Prato, verso i paesi di Benigni, credo. Lui dovrebbe ricordarlo.

C'era questo relitto di vagone con le costole di fuori, tetto squarciato. Nero di bruciato e ruggine sopraggiunta poi. Ci stette per anni e più volte lo vidi. Un giorno, non ci fu più. C'era il suo binario morto, senza niente sopra.

Siamo al bar Notturno di Torre del lago. Notte vicinissima al natale.
C'è questa trasmissione che parla di un treno che è scoppiato. Saltato in aria, bomba, chiaro, in un tunnel. Dice la televisione che il danno è stato ancora maggiore proprio perché l'esplosione è avvenuta in una galleria. Ricordo di aver pensato che dovevano averlo fatto apposta. 
Qualcuno dice: "vai, un'altra". E tutti pensiamo alla stazione di Bologna. Io aggiungo ai pensieri la storia a fumetti che Andrea Pazienza ha fatto, per quella stazione. 
Quella storia, nella prima parte almeno, ci somiglia un po': Un mezzo tossico preso da questioni di spaccio e consegne e ritiri e soldi che si alambicca il cervello per trovare il modo di fare la giornata e pensa a come e quando e chi, e lo fa alla stazione di Bologna,  alle dieci e qualcosa del due agosto del millenovecentottanta e salta in aria, lasciando i suoi problemi a metà di un balloon.

Negli anni a venire, tutte le volte che sono passato da Bologna, con il treno, ho sempre avuto in mente la frase "Bomba alla stazione di Bologna". Queste parole le sentivo come se qualcuno me le sussurrasse all'orecchio. 
Arrivavo con il treno, fischiavano le ganasce dei freni sulle ruote di ferro originale ed io guardavo al finestrino le pensiline, le persone in attesa di salire ed ecco: siamo a "bomba alla stazione di Bologna". Mi si è cambiato il nome del posto, proprio. 

L'ultima volta che sono passato da quella stazione, un anno fa, stavo andando ad incontrare il produttore del mio futuro primo film. Pensate voi quanti pensieri potevo avere per le bombe di trent'anni prima, eppure mi sono girato, ho cercato (gli occhi l'hanno cercato, sopratutto, come avrebbero fatto per un vizio o un tic) il vecchio orologio fermo alle dieci e qualcosa ed ho sentito la solita frase: sono arrivato a "bomba alla stazione di Bologna".
Poi sono entrato in un hotel con cinque stelle.

Quella notte di tanti anni prima, con i nostri baffi bianchi, uscendo di nuovo nel freddo del 23 dicembre del 1984, stringendoci nei giubbotti per farci più fini al vento ghiaccio dell'alba, parlammo di quanto si doveva essere merde per mettere una bomba in un treno di pendolari, di notte, gente che torna a casa propria, in Italia, dalla Germania, proprio sotto natale.

Credo che a quel punto qualcuno abbia acceso una sigaretta ed abbia detto una frase come "siamo in Italia" e poi, probabilmente, venne fatta una lista cinica e in quella lista c'erano treni e piazze e stazioni, pure un aereo. Credo che a quel punto (vado ad ipotesi di memoria) ci sia presa una rabbia inesprimibile, senza destinatario, una rabbia che trovava spazio e si perdeva tra le righe di pagine di verbali e assoluzioni di mandanti e rimandi e spese processuali a carico dei familiari delle vittime. 
Erano gli anni ottanta. Le cose esplodevano, la gente moriva. 
Io sono cresciuto allora. Forse è per questo che, per quanto mi piacerebbe (Dio solo sa quanto mi piacerebbe) non riesco a fare pace, e festa, con la mia bandiera. 

marzo 05, 2011

Voglio comprarmi una persona

Nanni e io. Again.
Lui all'animazione e io al sonoro come si suole.
Anche stavolta ognuno ha fatto quello che voleva all'insaputa dell'altro. Anche stavolta Giacomo mi ha sorpreso e fatto felice.

febbraio 21, 2011

Per Internazionale

Leggo diversi giornali. Di carta, o sul web.
Da molti di questi traggo forti dolori al fianco.
Con altri mi perdo, sopratutto quelli online, spippolando tra notiziucole delle quali mi importa poco o nulla e delle quali, ho spesso l'impressione,  importi poco o nulla ai redattori stessi.

Leggendo Internazionale invece imparo sempre qualcosa.
John Berger, per dire, l'ho conosciuto là.
Che sarebbe come dire: Gesù Cristo, l'ho incontrato in quel bar.
Insomma, quel bar diventa luogo sacro.
Questo per dire che se anche ultimamente riesco a disegnare poco o niente, che il film si sta portando via il mio sistema nervoso (me lo restituirà, poi?) quando mi chiamano da Internazionale per chiedermi dei disegni, dico sempre di si. Quasi sempre di si.



Per l' ultimo numero ho fatto un Berlusconi al posto suo e due disegni su un articolo che parlava del Kamasutra.
Sono quelli che accompagnano questa dichiarazione d'amor.

febbraio 12, 2011

Se

















Se fossero stati poveri.
Se invece di champagne fosse scorso Tavernello, uscito dalla bocca dell'erogatore in plastica (e senti, erogatore, come suona, pensalo al gusto di bicchiere di plastica ed accostalo poi ad un "flute").
Se si fosse arrivati alla villa (no, non alla villa, alla roulotte) con l' Apecar invece che con l'audi otto clima, 22 gradi, gran sedile morbidone, vetri nero fumo.

Se i tre vecchi si fossero comprati Cialis e Viagra con le collette alla stazione e con le insistenze dei semafori rossi, piuttosto che con i proventi degli affari del Mibtel. Se le ragazze, avessero messo piede su un tappetaccio trovato in discarica (e ripulito, certo) e avessero dovuto trovar posto tra un frigo da campeggio e un tavolino di roulotte in formica marrone (non scivolando, piedi di loto, tra i saloni, scusi dove posso trovare il presidente? Di là. Grazie. Un sorriso.)

Se alla voce, alla canzone, fosse stata, non un' Apicella, ma una matrigna con pezzola  secca secca per fame e non per dieta dissociata e la sua bocca, alla prima "A" della canzone, apertasi, avesse rivelato numero sei denti d'oro più due in totale di otto, dei quali sei d'oro (appunto) e due di nascita, e se le ragazze di diciassette anni, quasi diciotto fossero state non brasiliane, quindi quasi negre, insomma, d'altro mondo (fino a poco tempo prima ancora sottosviluppato e quindi, nella mente di chi si misura in conto in banca ancora, a tutti gli effetti, terzo mondo sottosviluppato) e quindi, insomma, negre, quasi negre. Va bene, quasi, lo concedo, se fossero state invece italiane, della città natale, proprio bianche come il latte scremato uht pastorizzato.

E se i tre vecchi, con i loro cazzi scuri (non chiari come quelli che si trovano a volte in occidente, peni chiari) se i tre vecchi si fossero presi per proprio diletto in mano le natiche e le vulve delle giovani italianissime chiarissime e si fossero appartati poi, dopo averle fatte ballare, al ritmo dei chitarri e strusciatisi fino al punto di dire basta strusciarcisi, vieni con me.

E se in cambio di questi accoppiamenti tra vecchi neri e bianche fragranti italianine, le femmine in erba si fossero aggiudicate che so, lezioni di chitarra Gipsy o cucina macedone.
Se fosse stato questo il loro sogno, delle ragazze dico, imparare la cucina macedone o montenegrina e saperla accompagnare con il conseguente giro di chitarra.

Se fosse stato quello il loro sogno, invece che diventare soubrette veline ballerine attrici. Che ognuno infine c'ha i suoi gusti e chi l'ha detto che vada bene farsi passare degli sconosciuti tra le gambe ai fini di successo nel mondo infame dello spettacolo e non lo sia per apprendere ogni segreto del Pindzhur (che è un antipasto composto da pomodori e peperoni e melanzane fritti o cotti al forno molto apprezzato in Macedonia).

Ecco, se la situazione fosse stata questa: delle giovani italiane, che desiderose di accedere agli impenetrabili segreti della cucina macedone, per ottenere ciò fossero andate a farsi trombare (scusate il parolone) da tre rom quasi ottantenni, ecco, dico, se fosse stata questa la situazione, quale sarebbe stata, lo chiedo a voi, sostenitori della libertà individuale misurabile solo ed esclusivamente in disponibilità economica. Lo chiedo a voi, quale sarebbe stata infine, vedendo traballar quella roulotte, di notte, luce giallognola attraverso la plastica delle finestre e voce di secca secca cantante che si sparge per il campo intorno. Quale sarebbe stata, chiedo, la vostra reazione?

febbraio 11, 2011

Ricompensati

Sono un ammiratore del lavoro di Giacomo Nanni.
Da sempre credo, dalla prima volta che lo incontrai, a Ravenna, che aveva delle pagine di una storia in mano, una roba mai vista.
Oltre ai fumetti Giacomo ha cominciato, non da molto, ad aggiungere delle animazioni alle bellissime storie che pubblica su Ilpost.

Non mi ricordo chi ha avuto l'idea di fare una cosa insieme. probabilmente entrambi. Probabilmente qualcuno lo ha proposto per primo, ma davvero non ricordo chi.

Una mattina, verso le cinque, mi sono svegliato di colpo con delle parole in testa. Le ho scritte, pronunciate e messe in  micromusica e le ho mandate a Giacomo.
Lui avrebbe fatto un'animazione su quelle parole e quella musica.

C'era un accordo non scritto e non detto, credo, che doveva suonare più o meno così: io scrivo cosa mi pare, ci faccio il suono che mi pare e tu ci fai il disegno e l'animazione come ti pare e nessuno dei due dirà niente all'altro.

E' andata così.

Da quel giorno, settimane fa, ci siamo sentiti solo una volta.
Oggi mi è arrivata l'animazione completa.
Si intitola "Ricompensati", con l'accento nel punto giusto per intendere "due che saranno ricompensati".
Ne faremo altre.

gennaio 18, 2011

Da 2:50

Il film è "La notte di San Lorenzo" dei fratelli Taviani.
Per me è un capolavoro e questa scena qui, a partire dal minuto 2:50 non è dimenticabile.
La pietà, come si deve.

Comunicato

Si avvisano tutte le persone presenti nel video qui collegato che la lavorazione per lo speciale girone dell'Inferno (maiuscolo, in grassetto) a Voi destinato, è quasi terminata.
Coinciderà, salvo imprevisti, con la vostra morte naturale.
Distinti saluti.
La direzione.

dicembre 10, 2010

Una regressione

Non riesco più ad usare le penne con le quali ho lavorato negli ultimi sette anni.
Le forme stilizzate e spigolose che mi sono state accanto per tutto questo tempo mi sembrano ora roba morta e fasulla.
Disegno a matita e tiro tratti di getto, da artistoide, il contrario di quel che predicavo in giro.
E mi diverto come non mi divertivo da tanto tanto tempo.
Questo uscirà domani su Repubblica, per esempio.

dicembre 09, 2010

Nel giorno dell'Immacolata Concezione

L'idea non è mia. Lo dico subito.
Questo testo è stato ispirato dalla lettura di un articolo di Massimo Mantellini su Il Post, che a sua volta riportava una frase di Jeff Jarvis.
La frase (in inglese) era questa:
“I can use Visa and Mastercard to pay for porn and support anti-abortion fanatics, Prop 8 homophobic bigots, and the Ku Klux Klan. But I can’t use them or PayPal to support Wikileaks, transparency, the First Amendment, and true government reform.”

Non sto a tradurla, vi racconto invece cosa è successo ai miei soldi, proprio ieri, nel giorno dell'Immacolata concezione.
Sono andato, ignaro di quello che stava accadendo nel mondo,  carta di credito in mano e occhiali sul nappo, davanti al mio compiutero adorato per fare una donazione a Wikileaks.
Il perchè volessi fare ciò diciamo che adesso non ci interessa, d'accordo? 
Volevo farlo. 
Ma il sistema di pagamento Visa mi ha sgridato: "Ehi! Non puoi mandare soldi a Wikileaks" mi ha risposto. "E' sconveniente."
"Lo avete deciso voi?" Gli ho chiesto.
"Si."
Hanno risposto.
Avrei potuto spiegare che quei soldoni erano miei che me li ero guadagnati al freddo sull'Aurelia con una parrucca presa da Stefan in capo, ma quelli erano solo affari miei.
Quindi ho chiesto se potessi spendere soldi in alte attività, per altri siti web e per altre persone.
"Certamente!" mi hanno risposto, "senza problemi, mica le abbiamo bloccato la carta!".

A quel punto ero però senza idee, che io mi sveglio con una idea al giorno. 
Avevo deciso di spendere quei soldi e, come capita ai consumisti, ormai era come se non esistessero più, anzi, come se non fossero mai esistiti. Cosa avrei potuto farci?
Accidenti.

Ho scritto una lettera al mio amico Roberto Recchioni.
Gli ho chiesto dove avrei potuto spendere i miei risparmi sul web, utilizzando il circuito Visa, senza che mi sgridassero, visto che non potevo farlo con Wikileaks

Lui è stato molto gentile e poco dopo nella mia casella di posta avevo una bella lista di siti web dove potevo tranquillamente utilizzare la mia amata carta di credito senza correre il rischio di essere sgridato da qualcuno.


Questa la sua risposta (e non siete obbligati a cliccare sui collegamenti. Vi basti la descrizione di Roberto. )


Per ora questi, al volo.
Presto degli altri.
Ne sto cercando uno vietnamita in cui le ragazze si fanno vomitare in bocca da dei cani.


Con la tua Visa, ci sostieni merda e piscio:
http://www.theshithole.com/
http://peepeegalore.com/link.php?s=PG&r=sexyeva&p=3&c=ban

Puoi pagare per vedere della ragazze torturate in maniera consensuale:
http://www.kink.com/k/?c=1

Puoi vedere tua nonna che si fa sfondare il culo:
http://idealgranny.com/

O tuo nonno che lo sfonda a qualcuna:
http://maxhardcoreporn.com/



Ecco, grazie Roberto.
Ora ho i cani davanti al computer che aspettano le vietnamite.
Ma Wikileaks no. Quello non glielo faccio vedere.





novembre 23, 2010

Stan Lee, Steve Ditko, Michelangelo. Tutti incazzati con me.

E' successa una cosa che voglio raccontare.
Mi arriva da fare un disegno per Repubblica.
Funziona così: mi arriva una email con un articolo. mi chiama il mio capo a Repubblica e mi dice una scadenza.
Non mi dice ingombri, spazi, non da indicazioni di sorta. Sono tanti anni che lavoriamo insieme. Non c'è bisogno.
Leggo l'articolo e so di doverlo illustrare.
E' l'intervista all'autore del volume "Mainstream", Frédéric Martel.
Il volume parla di tante cose, immagino. Nell'estratto che arriva a me per il lavoro, si parla di cultura alta e bassa, di mainstream e popolare. Facciamola breve. Si tratta, per quel che ho capito io, di rappresentare una sorta di equivalenza tra cultura di massa e cultura d'elite. 
Non so cosa voglia dire ma so che mi viene questa idea qui.

Il disegno esce sul giornale. 
Due giorni dopo mi arriva una segnalazione. 
"Gipi!" mi dice la segnalazione "Sei una merda, hai copiato questo artista che ora sarà incazzato nero!"
Questo artista si chiama Giuseppe Veneziano
Ha dipinto questo.
Wow! Penso, quando vedo il dipinto. Un altro uomo ragno in braccio a una femmina!
Non so perchè ma al principio l'idea che due persone che non si conoscono abbiano disegnato una cosa simile, mi fa piacere. Mi fa piacere pensare che anche altri hanno immaginato un uomo ragno inerme e sdraiato in braccio a una donna.

Poi rispondo alla segnalazione spiegando che mi occupo solo di artisti morti e quindi non conoscevo l'esistenza e l'opera di Giuseppe Veneziano e che casomai avrebbero dovuto incazzarsi, nell'ordine, Michelangelo, Stan Lee e Steve Ditko.
Naturalmente vado a vedere i suoi dipinti (di Veneziano) e scopro che di Uomini Ragni ne ha fatti moltissimi. Io ne ho fatto uno solo, e qui la mia ingenua contentezza per la condivisione delle idee scema un pochino.

Rispondo pure che in effetti io questa cosa l'ho copiata, naturalmente, ma non dal pittore vivente: dal maestro morto. Insomma, se qualcuno deve prendersela a male, dovrebbe essere Michelangelo, anche conosciuto, in casa mia, come "The God".
Nella versione originale, è opportuno sottolinearlo, in braccio alla Madonna c'è Gesù Cristo".

Mi si risponde invece che il pittore vivente è molto conosciuto (se andate sul suo sito trovate anche un testo dell'onorevole Sgarbi che ne parla) e che quindi io sia un ignorante nel campo dell'arte contemporanea, che avrei dovuto conoscerlo.
Ora, il problema è che io, come detto, mi interesso solo ai pittori morti o a quelli che per scelta o talento sembrano già morti, insomma fuori dal tempo o che fanno opere "monumentali" come direbbe il mio amico David Tindle.
Dove "monumentali" non indica una dimensione ma una collocazione fuori dal tempo, dal momento, dall'attualità maledetta.
Quindi, mi dispiace un casino ma io questo pittore non lo conoscevo. Di giovani pittori moderni conosco solo Ozmo, perchè giocavamo al computer insieme, da giovanotti.

Poi succede un altra cosa buffa. Guardando i dipinti di Veneziano trovo anche una Madonna con bambino Hitler.
Ora non la trovo più ma c'è. Andate sul suo sito web e cercatela.
Ecco. Qualche giorno fa, mentre ero al telefono e giochicchiavo con la tavoletta grafica, avevo fatto questo:
Ho salvato l'immagine con il titolo "Madonna con bambino Adolfo".

Ora la domanda è: Cosa mi sta succedendo?
Perchè in una settimana mi sono ritrovato a fare due disegni già esistenti, più o meno, come soggetto?
La risposta che mi sono dato, alla fine, è che le idee, le intuizioni, le furbate, l'essere acuti, nell'arte non contano un cazzo.
Non sono nulla.
Chissà quanti altri hanno fatto Madonne con bambino Adolfo. E' normale, è una cazzata. Un'idea furbina, un po' figa. Ma se anche fosse geniale (e non lo è, e sia maledetto questo termine abusato, da me pure) non varrebbe una minchia. 
Perchè è solo una cazzo di idea. Una "trovata". 
(Parlo della mia idea, sicuramente Veneziano può spiegare le sue motivazioni in modo assolutamente ineccepibile).

Ora fate questo. 
Prendete questa immagine (o andate sul luogo, se potete) e guardate (ma guardate davvero) il viso di Maria. 
Guardate la tenerezza del guancino e l'inclinazione infinitesimale dell'asse degli occhi.
Il cencio in capo. Guardate quello. Finitevici gli occhi su.
E piangete, cani, se siete ancora in vita, dopo.

Poi fermatevi e ripetetevi: E' di marmo. E' di marmo. E' di marmo.
E riflettete sulla miseria di noi moderni.

novembre 18, 2010

Dodici coniglioni neri

In pratica il dottore chiede se fumo. Rispondo si. Cioè, dico, ho smesso. Da quanto, mi chiede. Un mese. Quindi "fuma", scrive.
E questi episodi, quando si sono verificati, quante volte? Chiede.
Lo dico.












La conclusione è che vista l'età, il mio esser fumatore, i sintomi descritti, la ricorrenza di questi, le probabilità che io abbia la malattia brutta sono molto alti.
Quanto alti?
Alti.
Quindi? Chiedo.
Quindi deve fare questo esame.
Questo esame faccio e per avere il risultato devo aspettare due settimane. Poi le settimane diventano tre ed io ogni sera, andando a letto, penso che stavolta ci siamo. Che questa volta il male mi ha beccato e immagino dodici coniglioni neri che mi portano via e rimpiango ogni secondo di questa vita e chiedo scusa al passato tutto.
Invece no (lo dico subito poi continuo a raccontare, che non voglio mica fare la suspence su questa cosa) i risultati sono arrivati ieri e la risposta è negativa. Quella malattia lì, non ce l'ho.
Sono sempre fortunato.

Però ho avuto proprio paura. Anche per questo non ho risposto alle lettere di chi mi scriveva per progetti futuri. M'ero convinto che non avrei visto i cani in giardino a settembre. Chiedo scusa a tutti per avere avuto tanta paura. Scusa sopratutto a chi (nella storia dell'uomo) ha fatto gli stessi esami ed è stato meno fortunato di me.
E scusa a chi mi è stato vicino in queste settimane e s'è ritrovato ad avere a che fare con una specie di cadavere prematuro.
Grazie a chi ha pregato Joe Pesci per me.

Ma veniamo alle cose dei vivi.
La paura fa fare autoritratti, perchè si ragiona su quel che si è, su cosa si è fatto e su cosa si doveva fare. La paura genera anche un sacco di buoni propositi, che svaniscono all'istante appena la paura s'è sconfitta. Se si è un disegnatore (o lo si era) questi processi si esplicano in disegni.


Questo è bene. Non disegnavo per disegnare da un sacco di tempo. Ci sono voluti i coniglioni neri per ridarmi la voglia. Il risultato è nullo, ma poco importa. l'importante è aver rimesso la mano sul foglio.
Di autoritratti me ne sono fatti un po', non voglio metterli tutti perchè sono brutti. Voglio mostrarvi invece  la conclusione del percorso.
Quando si comincia a farsi autoritratti si finisce con l'avvicinarsi alla verità. Quindi quello che trovate qui, è l'ultimo disegno. Quello definitivo. Quello dove indosso la cravatta.





















Infine, archiviate le lagne penose, ecco un paio di aggiornamenti:
L'ultimo terrestre, il film, si avvia verso l'inizio della lavorazione. Il terrore sale. La voglia pure.

Ci sono trattative per portare sullo schermone anche "Appunti per una storia di guerra", ma siamo agli inizi, è un segreto e ci sono di mezzo i francesi.

Da più di un mese non fumo più e quindi prima o poi potrò mettermi al lavoro sul mio romanzo "Smettere di fumare fumando". Intanto scrivo racconti brevi.
Ho smesso anche Facebook. Quasi in contemporanea. Poi ho visto il film e sono stato molto fiero di aver chiuso l'account. Ora si tratta di non riaprirlo proprio mai mai mai più.
Come con le sigarette. Ora si tratta di.

Per finire:
Ho seguito la vicenda della giornalista del corriere che ha fatto lo sciopero della fame. Ho sopratutto seguito l'onda di solidarietà digitale sul web.
Ci sarebbe da farne una bella discussione ad averne voglia. Ma credo che la cosa più importante sia stato l'aver imparato che gli squali sono mammiferi.
Ringrazio per questo.

novembre 11, 2010

Internazionale

Sul prossimo numero di Internazionale un mio racconto, illustrato da Giacomo Nanni.
Per il resto, fiato sospeso, ancora per un po'. Poi spiego.