maggio 05, 2006
Il Re dei Negroni
maggio 04, 2006
Jonni il rosso
maggio 03, 2006
Senza titolo
marzo 27, 2006
Bologna
Il 28 marzo (domani per chi scrive) sarò a Bologna, alla Fiera del libro. Alle 16 ci sarà un incontro con me medesimo, Goffredo Fofi, Thomas Gabison (Actes Sud) et altri.
Avrei dovuto avvisare prima, ma me lo ero dimenticato.
Ci sarà anche una delegazione di Canicoliani e altri bei disegnatori giovani e forti.
Avrei dovuto avvisare prima, ma me lo ero dimenticato.
Ci sarà anche una delegazione di Canicoliani e altri bei disegnatori giovani e forti.
I polacchi e la cinemite
Quando non c'è mi manca, quando c'è mi preoccupa, perchè pare allontanarmi dal lavoro vero.
La "cinemite" è un desiderio irrefrenabile di giocare con le immagini in movimento, con i suoni, con il montaggio e con la musica. Questa volta, a scatenare l'attacco di cinemite, è stato l'incontro con Ermanna Montanari e Marco Martinelli, del Teatro delle Albe.
Ci eravamo conosciuti in passato, al Teatro Rasi di Ravenna, dove mi avevano invitato a proiettare i miei lavori di mini cinema.
Due settimane fa, dopo mille rimandi e mie pigrizie, sono andato a vedere un loro spettacolo: "I Polacchi".
Io non vado mai a Teatro. Sono un ignorante figlio di televisione.
Ed il teatro mi fa pure paura.
Anche prima di entrare a vedere "I Polacchi" avevo paura. Ho incontrato Marco all'ingresso della sala e gli ho detto "A me il teatro fa paura". Lui ha sorriso e mi ha detto una cosa gentile.
Sono entrato nella sala e sul palcoscenico c'era la nebbia e c'era il mare.
Ora vogliamo lavorare insieme.
Due giorni dopo l'incontro ho messo su una stazione di lavoro nuova, voglio essere pronto a rispondere ad ogni progetto.
Passo le ore studiando, gli effetti, le musiche, dei sistemi, dei ritmi nuovi per raccontare.
E studiando ho girato anche due nuovi corti.
Uno si intitola "La macchina nera" e l'altro "E' degli uccelli". Presto saranno visibili in rete.
Intanto aspetto con ansia il prossimo incontro con Ermanna e Marco.
Nel frattempo "S.", la storia nuova, giace e si lamenta e gonfia e sbuffa a vedermi immerso nella tecnologia.
Eppure l'altra mattina mi sono svegliato, sono corso nella mia stanzetta ed ho scritto il finale. E' come se la storia si svolgesse da sola in una parte propria del cervello, mentre penso ad altro.
"I Polacchi" è uno spettacolo bellissimo.
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Les polonais et la "cinémania"
La "cinémania" arrive toute seule.
Quand elle n'est pas là elle me manque, qand elle est là elle me préoccupe car il semble qu'elle m'éloigne du vrai travail.
La "cinémania" est un désir irrépressible de jouer avec des images en mouvement, avec des sons, avec le montage et avec la musique. Cette fois, ce qui a engendré cette attaque de cinémania est la rencontre avec Ermanna Montanari et Marco Martinelli, du "Teatro delle Albe".
Nous nous sommes rencontrés la première fois au Teatro Rasi de Ravenne, où ils m'avaient invité à projeter mes travaux de mini-cinéma.
Il y a deux semaines, après avoir postposé mille fois entre-autres par paresse, je suis allé voir un de leurs spectacles : "Les Polonais".
Je ne vais jamais au théâtre. Je suis un enfant de la télé ignorant.
Et le théâtre me fait même peur.
Même avant d'entrer pour voir "Les Polonais" j'aivais peur. J'ai rencontré Marco à l'entrée de la salle et je lui ai dit "le théâtre me fait peur". Il a souri et m'a dit quelque chose de gentil.
Je suis entré dans la salle et sur la scène il y avait de la brume et la mer.
Maintenant, nous voulons travailler ensemble.
Deux jours après cette rencontre j'ai installé un nouveau programme, je veux être prêt à répondre à tout projet.
Je passe des heures à étudier les effets, les musiques, des systèmes, des rythmes nouveaux pour raconter.
Et en étudiant j'ai également tourné deux nouveaux courts métrages.
Le premier s'intitule "La voiture noire" et l'autre "Appartient aux oiseaux". Ils seront bientôt visibles en ligne.
Par ailleurs, j'attend anxieusement la prochaine recontre avec Ermanna et Marco.
Pendant ce temps "S.", la nouvelle histoire, est délaissée et se lamente et rouspète et soupire en me voyant plongé dans la technologie.
Pourtant, l'autre matin je me suis réveillé, j'ai courru dans mon bureau et j'ai écrit la fin. C'est comme si l'histoire se développait toute seule dans sa propre partie du cerveau, pendant que je pense à autre chose.
"Les Polonais" est un superbe spectacle.
marzo 06, 2006
Ho sempre torto
Avevo già vinto lo stesso premio, due anni fa, con Esterno Notte.
Sono due libri molto diversi, entrambi disegnati di getto, comunque.
Il premio per il miglior disegno mi ha fatto piacere e mi ha fatto ridere, perchè al disegno penso sempre meno e mi suona strano che questo s/pensiero venga premiato.
Altri 1000 vanno a Giacomo Nanni, che ha vinto il premio "Nuove strade", un riconoscimento per i nuovi talenti.
Quelli nella foto siamo proprio noi tre, (Igort, io e Giacomo Nanni, nell'ordine) e questo è il lato triste della vicenda.
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J'ai toujours tort.
J'ai reçu le prix du meilleur dessinateur pour "Le local" au festival Comicon de Naples.
J'avais déjà gagné ce prix il y a deux ans pour "Extérieur Nuit".
Ce sont deux livres très différents, mais cependant dessinés tous deux d'un seul jet.
Le prix du meilleur dessin m'a fait plaisir et rire à la fois, car je pense toujours moins au dessin et cela me semble étrange que cette préoccupation (mineure) soit primée.
Le prix du meilleur album est allé à "Fats Waller" de Igort et Sampayo. Des grands. Mille compliments pour mon frère : Igort. Je n'ai jamais été aussi content pour un prix reçu par quelqu'un d'autre :)
Mille autre compliments pour Giacomo Nanni, qui a gagné le prix "Nuove strade" ["Nouvelles routes"], qui récompense les nouveaux talents.
Sur la photo, il y a nous trois (Igort, moi et Giacomo Nanni, dans l'odre) et ceci est la partie triste de la victoire.
Questa è la top ten
"Questa è la stanza", con 102 voti, è risultato al primo posto nella top ten dei libri del 2005 indetta da "Lo spazio bianco".
Al secondo posto c'è il mio amico Baru, con 58 voti.
Io e Baru eravamo insieme quando mi è stato comunicato il risultato e abbiamo scherzato, dicendo (entrambi) che c'era un errore di stampa e che le posizioni dei due titoli andavano invertite.
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Top 10
"Le local", avec 102 votes, est arrivé à la première place du top 10 des livres 2005 réalisé par "Lo spazio bianco".
A la deuxième place se trouve mon ami Baru, avec 58 votes.
Baru et moi étions ensemble quand on m'a appris le résultat et nous avons blagué, disant (tous les deux) qu'il y avait une erreur d'impression et que les positions des deux livres avaient été inversées.
marzo 02, 2006
"S." e altre storie
Da allora ho preso pochi appunti, su un quadernino.
Ogni tanto succedeva qualcosa che me la faceva tornare in mente e allora mettevo giù un altro appunto.
Poi, per mesi, l'ho voluta dimenticare.
Io di quella storia gli avevo parlato esattamente un anno prima.
E mai più. Lui se la ricordava ancora, io la avevo tolta di mente.
"S." ha ripetuto Thomas, e ha fatto un gesto che era una specie di "voilà" inevitabile.
"Bravo Thomas, gli ho detto in italiano, "devo fare S." ho detto, "me ne ero dimenticato."
"S. sì sì" ha detto Thomas.
Così sono tornato a casa e questa volta ho deciso di non dimenticarla di nuovo. Quelle qui sopra sono le prime pagine.
Così alterno anche una storia di tono e forma completamente differenti.
Nasce dalla bozza contenuta ne "Le facce nell'acqua", ma di quella prima stesura mantiene soltanto l'ambientazione e la fisionomia di alcuni personaggi. Il contesto, il tempo, la lingua e la trama sono completamente nuovi.
"Due donne" è quello provvisorio.
Altre notizie:
Dal 3 al 5 marzo sarò a Napoli, al festival Comicon.
Sarei rimasto volentieri a casina, a disegnare e riposarmi, ma "Questa è la stanza" è nominato come miglior disegno, miglior sceneggiatura e miglior libro al concorso del festival.
Non vincerà. ma non importa.
Ci sarà da lavorare e fare dediche.
A breve (se riuscirò a fare qualcosa di buono) inizerò a collaborare con la rivista "Internazionale", dove avrò uno spazio dove dire due parole a disegni.
Il festival Lucca Comics, nonostante i miei racconti del passato, mi ha chiesto di realizzare il manifesto per la nuova edizione. Ci sarà anche una mia mostra con alcune invenzioni alle quali sto lavorando.
Altre notizie al ritorno da Napoli.
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"S." et autres histoires
"S." est une histoire que j'ai en tête depuis un an.
Depuis lors j'ai pris quelques notes dans un petit cahier.
De temps en temps quelque chose se passait qui me la rappelait et dans ce cas j'ajoutais une autre note.
Puis, pendant des mois, j'ai voulu l'oublier.
La dernière fois que j'ai été à Paris, j'étais dans le métro et je me plaignais avec mon ami Thomas Gabison (éditeur d'Actes Sud) du fait que je n'avais plus d'idées, qu'aucune histoire ne me semblait bonne et que, malgré le prix d'Angoulème qui nous a tous deux rendu heureux, à ce moment là j'étais triste car ma vie de dessinateur était terminée.
Il a alors dit "S." avec un sourire en coin. Je lui avais parlé de cette histoire exactement un an auparavant. Et plus jamais ensuite. Lui s'en souvenait encore, alors que je l'avais effacée de ma mémoire. "S.", a répété Thomas, et il a fait un geste qui était une sorte de "voilà" (sic) inévitable.
"Bravo Thomas", lui ai-je dit en italien, "je dois faire S., je l'avais
oublié".
"Oui oui oui" a dit Thomas.
C'est comme cela que je suis rentré à la maison et cette fois-ci j'ai décidé de ne plus l'oublier à nouveau. En voici les premières pages.
Travailler sur "S." est amusant mais difficile.
Cela me fait également alterner avec des histoires de ton et de forme complètement différentes. Elle vient du brouillon contenu dans "Le facce nell'acqua", mais de cette première version elle garde seulement l'ambiance et la physionomie de quelques personnages. Le contexte, le temps, la langue et la trame sont complètement neufs.
L'histoire n'a pas encore de titre définitif, pour l'instant c'est "Deux femmes".
Autres nouvelles :
Je serai à Naples du 3 au 5 mars, au festival Comicon. Je serais volontiers resté à la maison pour dessiner et me reposer, mais "Le local" est nominé au concours du festival dans les catégories du meilleur dessin, du meilleur scénario et du meilleur livre. Il ne gagnera pas, mais ce n'est pas important. Il faudra travailler et faire des dédicaces.
Bientôt (si je réussis à faire quelque chose de bien) je commencerai à collaborer avec la revue "Internazionale", où j'aurai un espace où dire deux mots avec des dessins.
Le festival Lucca Comics, malgré ce que j'ai raconté dans le passé, m'a demandé de réaliser l'affiche pour la prochaine édition. Il y aura aussi une exposition avec quelques nouveautés sur lesquelles je suis en train de travailler.
D'autres nouvelles suivront au retour de Naples.
febbraio 11, 2006
Traduction
A partir de maintenant certaines de ces pages seront également disponibles en français, grâce à la gentillesse d'un nouvel ami, un lecteur belge francophone : Paul Sintzoff.
Les versions traduites seront ajoutées sous les articles écrits en italien.
Remerciez Paul.
Les versions traduites seront ajoutées sous les articles écrits en italien.
Remerciez Paul.
febbraio 10, 2006
Mostra
Ci sono tavole originali di "Appunti per una storia di guerra", "Questa è la stanza" e numerosi acquarelli inediti.
Buona visione.
Exposition
Quarante planches et dessins seront exposés (et mis en vente) à la galerie Bfb de Paris (4, Rue Dante) jusqu'au 18 février. Il y a des planches originales de "Notes pour une histoire de guerre", "Lelocal" et beaucoup d'aquarelles inédites. Bonne visite.
Sono contento
Sette giorni di terrore.
Con Lucia cerchiamo di non pensarci, ma niente da fare.
Aereo.
Disastro aereo.
Corpi tra i rottami.
I nostri ultimi giorni.
Abbiamo paura dell'aereo.
Tra una settimana dovremo imbarcarci e volare a Parigi.
Volare è' una cosa normale. Lo è per moltissimi.
Noi abbiamo paura.
Quando avevo diciannove anni presi un aereo. Da Milano volai ad Amsterdam e da lì, con un grosso jumbo panciuto, arrivai in Siria. Passai un paio d'ore in un'aereoporto pieno di uomini baffuti con AK47 a tracolla e mi imbarcai nuovamente. Atterrai in mezzo a un grande palmeto. L'aereoporto di Colombo, in Sri Lanka.
Ero giovanissimo.
Al ritorno, dopo un mese, l'aereo fece un atterraggio imprevisto (ora mi vien da dire "di emergenza" ma forse sto romanzando il ricordo) a Karachi, Pakistan.
Atterrammo senza preavviso, dopo essere stati svegliati, alle quattro del mattino, da un filmato con una Ferrari inquadrata di poppa, che correva su una strada costiera. Una musichetta accompagnava l'andare.
Ricordo (ma sono fedeli questi ricordi?) che cominciammo a scendere rapidamente e l'aereo sobbalzava ed io pensai (ma lo pensai?) che stavo su un autobus. Quante buche che ci sono, in questa strada, pensai.
Forse.
Da Karachi montai su un dc9 che mi riportò a Roma. Un viaggio lunghissimo in un aereo troppo piccolo. Le mie sorelle si sentirono male per il cibo avariato. Vomitarono negli appositi sacchettini. Le hostess avevano i baffi neri.
Poi sono trascorsi gli anni e questi anni, oltre che a disegnare storie, li ho passati a coltivare paure e indebolirmi lo spirito.
Manca solo un'ora al decollo. Siamo in attesa, all'aereoporto di Pisa. Ogni frase che diciamo ci fa ridere in modo sinistro. TUTTO è ultimo. L'ultimo post su bacidallaprovincia, con noi due che gridiamo in aereo. Il premio Goscinny, mai ritirato perchè defunto nello schianto. Ogni frase che diciamo sembra la frase giusta da dire prima di morire. Ridiamo, è vero, ma abbiamo paura.
E poi l'aereo si alza e la velocità da i brividi e dal finestrino si può vedere, adesso, un cucito di luci arancio che si sfumano tra strati di nuvole sottili. Queste luci sono le città delle persone. Formano disegni che sono segni, costellazioni. Le linee delle strade, segnate dai punti gialli dei lampioni sono disposte con grazia. C'è la costa sotto di noi e qui le luci si specchiano nell'acqua e il mare è così nero che sembra un secondo cielo notturno e sull'acqua ci sono navi illuminate e il litorale si disegna con una curva morbida, tenerissima.
Mi sciolgo di bellezza, mi scordo la paura e poi ci penso: Non è chiaro a tutti che solo la bellezza può allontanare la paura della morte? Come ho fatto a dimenticarlo?
Mentre mi accorgo di essere contento come un bambino, guardando alla terra distante, penso che si può pure cadere, schiantarsi, far poltiglia tra i rottami. Se questo è il conto da pagare per tanta bellezza che mi entra negli occhi, mi va bene.
Così finisce la storia della mia paura dell'aereo.
Al ritorno da Parigi, dopo una settimana, sono ansioso di ripartire.
All'aereoporto di Orly, mi muovo con il tono di chi conosce i voli notturni. Solo una leggerissima inquietudine mi prende, quando mancano pochi minuti all'imbarco.
E' la maledetta fantasia che si fa viva. Maledetta fantasia. Vedo un bosco alpino. Ci sono, tra gli alberi sbruciacchiati, dei rottami di metallo bianco e argento. Su alcuni di questi si intravedono frammenti di una scritta arancio.
Siamo seduti sulle poltroncine. Aspettiamo che il tempo passi e mi agito un pochino. Vado in bagno. Perfetta toiletta parigina. Faccio pipì sorvegliando il flusso e alzo gli occhi solo ad operazione conclusa. C'è una scritta sulle piastrelle grige della parete altrimenti immacolata del bagno. E' una parola tracciata a pennarello , molto grande. Caratteri maiuscoli. in inglese. Quacuno ha provato a cancellarla ma non è riuscito nello sforzo. O forse, questa scritta è rispuntata proprio ora. Per me.
DEATH dice la parola sul muro. MORTE.
Esco dal bagno. Guardo i miei prossimi compagni di viaggio. Maledetta fantasia maledetta. Hanno tutti, per un momento, un teschio al posto del viso. Le ossa facciali sono esposte. Sono futuri morti.
C'è la nebbia, ina ereoporto e ci sarà durante il volo.
Mi è negato il sollievo della visione struggente del paesaggio: L'aereo è in un nulla lanuginoso che lo fa sobbalzare. Le nuvole sono solide e scuotono tutta la fusoliera. un ragazzo francese, dietro di me, dice mon dieu! Lucia accarezza il suo portafortuna e io mi sento fare Yeah!
Mi sto divertendo. mi piacciono le turbolenze. E chi lo avrebbe detto. Ancora!
Mentre scendiamo l'aereo salta su e giù come fosse un pullman su una strada dissestata (e questo ricordo è fresco non può già esser travisato!).
Mi diverto. La paura non c'è più. Mi si apre il mondo, con le sue rotte intercontinentali.
Sbarchiamo a Pisa. La città è sempre la stessa. Stasera non ci sono taxi. Aspettiamo tanto.
Sono tornato da Angouleme, da Parigi.
In Francia ho vinto due premi importantissimi e mi sono commosso. Per la prima volta ho "sentito" un premio.
E poi sono arrivate tutte le offerte del mondo ed i fotografi e la televisione.
Dopo il premio mi è venuta la febbre. Il mattino dopo la premiazione mi sono svegliato e ho vomitato. Forse l'emozione. Forse per il fatto che il corpo, dopo cinque anni di disegno ininterrotto, ha davvero detto basta; è finita adesso; si fa festa.
Il mondo del fumetto francese mi ha accolto con un affetto che non ho mai avuto. Mentre sono nel letto, in una casina sopra la piazza principale di Angouleme, a smaltire la febbretta, accendo la televisione e mi vedo gobbo e impacciato andare a ritirare il premio. Sto su tutte le reti nazionali. Ci sono speciali alla radio. Sono una stellina oggi.
La mia mamma al telefono mi dice che hanno fatto un trafiletto su "La Nazione". Accanto al paginone che parla dell'ultima fatica di Bobby Solo, c'è una colonnina che racconta che un pisano ha trionfato ad Angouleme.
Sono contento. Dico alla mia mamma, mentre mi legge ad alta voce.
Je suis content
Sept jours de terreur.
Avec Lucia nous essayons de ne pas y penser, mais il n'y a rien à y faire.
L'avion.
La catastrophe aérienne.
Des corps parmi les débris.
Nos derniers jours.
Nous avons peur de l'avion.
Dans une semaine nous devrons embarquer et voler vers paris.
Voler est une chose normale pour tellement de gens.
Nous, nous avons peur.
Quand j'avais 19 ans j'ai pris l'avion.
De Milan à Amsterdam, et de là en Syrie à bord d'un gros jumbo jet ventru.
J'ai passé quelques heures dans un aéroport plein d'homme moustachus avec des AK47 en bandoulière et j'ai de nouveau embarqué pour atterrir au milieu d'une grande palmeraie : l'aéroport de Colombo, au Sri Lanka.
J'étais très jeune.
Au retour, un mois après, l'avion a du faire un atterrissage imprévu (maintenant j'ai envie de dire "d'urgence" mais c'est peut-être parce que je romance mes souvenirs) à Karachi, au Pakistan.
Nous avons atterrit sans avertissement, après avoir été réveillés, à quatre heures du matin, par un film avec une Ferrari qui roulait sur une route côtière, vue de l'arrière. Une musique accompagnait sa route.
Je me souviens (mais ces souvenirs sont-ils fidèles ?) que nous commencions à descendre rapidement, l'avion tressautait et je pensais (le pensai-je ?) que j'étais dans un autobus.
Il y a beaucoup de trous dans cette route, je pensais.
Peut-être.
A Karachi, j'ai embarqué dans un DC9 qui m'a ramené à Rome. Un voyage très très long dans un avion trop petit. Mes soeurs ont été malades à cause de la nourriture avariée. Elles ont vomi dans les sacs prévus à cet effet. Les hôtesses avaient des moustaches noires.
Puis les années se sont écoulées, et à part dessiner des histoires, je les ai passées à cultiver mes peurs et à affaiblir mon esprit.
Dans une heure nous décollerons. Nous attendons, à l'aéroport de Pise.
Chaque phrase que nous disons nous fait rire jaune. CHAQUE chose est la dernière.
Le dernier post sur bacidallaprovincia, avec nous deux criant dans l'avion.
Le prix Goscinny, jamais reçu à cause du décès dans le crash.
Chaque phrase que nous disons semble la phrase adaptée à dire avant de mourir.
Nous rions, c'est vrai, mais nous avons peur.
Et puis, l'avion s'envole, la vitesse donne des frissons et par la fenêtre on peut maintenant voir un fil de lumière orange qui se consume à travers les fines couches de nuages.
Ces lumières sont les villes des hommes.
Elles dessinent des signes, des constellations. Les lignes des routes, signalées par les points jaunes des lampadaires, sont placées gracieusement.
Nous sommes au-dessus de la côte et les lumières se reflètent dans l'eau et la mer est si noire qu'on direait un second ciel nocturne. Et sur l'eau, il y a des bateaux illuminés et le littoral se dessine avec une courbe souple et tendre.
Je fonds devant tant de beauté, j'oublie la peur et puis j'y pense : n'est-il pas clair que seule la beauté peut faire fuir la peur de la mort ?
Comment ai-je fait pour l'oublier ?
Pendant que je me rend compte que je suis content comme un enfant, en regardant la terre de loin, je pense que je peux quand même tomber, m'écraser, et mon corps faire une bouillie avec les débris.
Si c'est le prix à payer pour voir tant de beauté, ça me va.
C'est comme cela que se termine l'histoire de ma peur de l'avion.
Au retour de Paris, après une semaine, je suis anxieux de repartir.
A l'aéroport d'Orly, je me déplace avec l'air de celui qui connaît les vols de nuit. Seule une très légère inquiétude me prend, quand il ne reste que quelques minutes avant l'embarquement.
C'est cette sacrée imagination qui revient.
Maudite imagination.
Je vois une forêt alpine. Il y a, entre les arbres brûlés, des débris de métal blanc et argenté. Sur certains, on peut deviner des fragments d'une écriture orange.
Nous sommes assis dans des fauteuils. Nous attendons que le temps passe et je m'agite un peu. Je vais à la toilette. Une toilette parisienne parfaite.
Je pisse en surveillant le flux et je relève les yeux seulement une fois l'opération terminée. Il y a un mot écrit sur les carrelages gris du mur immaculé de la toilette. C'est un mot écrit au marqueur, très grand.
En majuscules. En anglais.
Quelqu'un a essayé de l'effacer mais n'a pas réussi.
Ou peut-être que ce mot est ressorti juste maintenant. Pour moi.
"DEATH" dit le mot sur le mur.
MORT.
Je sors de la toilette.
Je regarde mes futurs compagnons de voyage.
Maudite imagination maudite.
Ils ont tous, pour le moment un crâne à la place de la tête.
Les os des visages sont à l'air libre. Ce sont de futurs morts.
Il y a de la brume à l'aéroport et il y en aura pendant le voyage.
On m'a retiré mon réconfort : la vision poignante du paysage. L'avion est dans un duvet de vide qui le fait tressauter. Les nuages sont solides et secouent tout le fuselage.
Un français, derrière moi, dit "mon dieu !"
Lucia caresse son porte-bonheur et je me sens faire "Yeah !"
Je m'amuse. Les turbulence me plaisent. Qui l'aurait cru ? Encore ! Alors que nous descendons l'avion saute comme s'il était un bus sur une route déformée (et ce souvenir est récent et ne peut pas encore avoir été transformé !).
Je m'amuse.
Je n'ai plus peur.
Le monde s'ouvre à moi, avec toutes ses routes intercontinentales.
Nous débarquons à Pise. La ville est toujours la même. Ce soir il n'y a pas de taxi. Nous attendons longtemps.
Je suis de retour d'Angoulême, de Paris.
En France, j'ai gagné deux prix très important et cela m'a ému. Pour la première fois, j'ai "senti" un prix.
Et puis sont arrivées toutes les propositions du monde, les photographes et la télévision.
Après le prix, c'est la fièvre qui est arrivée. Le lendemain matin de la remise des prix j'ai vomi au réveil. L'émotion peut-être. Peut-être le fait que le corps, après cinq ans de dessin ininterrompu, a véritablement dit stop ; c'est terminé maintenant ; on fait la fête.
Le monde de la bande dessinée française m'a accueilli avec une affection que je n'ai jamais eue. Alors que je suis au lit, dans une petite maison au dessus de la place principale d'Angoulême, à attendre que la fièvre passe, j'allume la télévision et je me vois voûté et maladroit allant recevoir le prix. Je suis sur toutes les chaînes nationales.
Il y a des reportages spéciaux à la radio.
Je suis une petite star aujourd'hui.
Ma maman me dit au téléphone qu'il y a un entrefilet dans "La Nazione".
A côté de la page qui parle des dernières aventures de Bobby Solo, il y a une petite colonne qui raconte qu'un habitant de Pise a triomphé à Angoulême.
Je suis content.
Je le dit à ma maman, pendant qu'elle me lit l'article à haute voix.
Con Lucia cerchiamo di non pensarci, ma niente da fare.
Aereo.
Disastro aereo.
Corpi tra i rottami.
I nostri ultimi giorni.
Abbiamo paura dell'aereo.
Tra una settimana dovremo imbarcarci e volare a Parigi.
Volare è' una cosa normale. Lo è per moltissimi.
Noi abbiamo paura.
Quando avevo diciannove anni presi un aereo. Da Milano volai ad Amsterdam e da lì, con un grosso jumbo panciuto, arrivai in Siria. Passai un paio d'ore in un'aereoporto pieno di uomini baffuti con AK47 a tracolla e mi imbarcai nuovamente. Atterrai in mezzo a un grande palmeto. L'aereoporto di Colombo, in Sri Lanka.
Ero giovanissimo.
Al ritorno, dopo un mese, l'aereo fece un atterraggio imprevisto (ora mi vien da dire "di emergenza" ma forse sto romanzando il ricordo) a Karachi, Pakistan.
Atterrammo senza preavviso, dopo essere stati svegliati, alle quattro del mattino, da un filmato con una Ferrari inquadrata di poppa, che correva su una strada costiera. Una musichetta accompagnava l'andare.
Ricordo (ma sono fedeli questi ricordi?) che cominciammo a scendere rapidamente e l'aereo sobbalzava ed io pensai (ma lo pensai?) che stavo su un autobus. Quante buche che ci sono, in questa strada, pensai.
Forse.
Da Karachi montai su un dc9 che mi riportò a Roma. Un viaggio lunghissimo in un aereo troppo piccolo. Le mie sorelle si sentirono male per il cibo avariato. Vomitarono negli appositi sacchettini. Le hostess avevano i baffi neri.
Poi sono trascorsi gli anni e questi anni, oltre che a disegnare storie, li ho passati a coltivare paure e indebolirmi lo spirito.
E poi l'aereo si alza e la velocità da i brividi e dal finestrino si può vedere, adesso, un cucito di luci arancio che si sfumano tra strati di nuvole sottili. Queste luci sono le città delle persone. Formano disegni che sono segni, costellazioni. Le linee delle strade, segnate dai punti gialli dei lampioni sono disposte con grazia. C'è la costa sotto di noi e qui le luci si specchiano nell'acqua e il mare è così nero che sembra un secondo cielo notturno e sull'acqua ci sono navi illuminate e il litorale si disegna con una curva morbida, tenerissima.
Mi sciolgo di bellezza, mi scordo la paura e poi ci penso: Non è chiaro a tutti che solo la bellezza può allontanare la paura della morte? Come ho fatto a dimenticarlo?
Mentre mi accorgo di essere contento come un bambino, guardando alla terra distante, penso che si può pure cadere, schiantarsi, far poltiglia tra i rottami. Se questo è il conto da pagare per tanta bellezza che mi entra negli occhi, mi va bene.
Così finisce la storia della mia paura dell'aereo.
Al ritorno da Parigi, dopo una settimana, sono ansioso di ripartire.
All'aereoporto di Orly, mi muovo con il tono di chi conosce i voli notturni. Solo una leggerissima inquietudine mi prende, quando mancano pochi minuti all'imbarco.
E' la maledetta fantasia che si fa viva. Maledetta fantasia. Vedo un bosco alpino. Ci sono, tra gli alberi sbruciacchiati, dei rottami di metallo bianco e argento. Su alcuni di questi si intravedono frammenti di una scritta arancio.
Siamo seduti sulle poltroncine. Aspettiamo che il tempo passi e mi agito un pochino. Vado in bagno. Perfetta toiletta parigina. Faccio pipì sorvegliando il flusso e alzo gli occhi solo ad operazione conclusa. C'è una scritta sulle piastrelle grige della parete altrimenti immacolata del bagno. E' una parola tracciata a pennarello , molto grande. Caratteri maiuscoli. in inglese. Quacuno ha provato a cancellarla ma non è riuscito nello sforzo. O forse, questa scritta è rispuntata proprio ora. Per me.
DEATH dice la parola sul muro. MORTE.
Esco dal bagno. Guardo i miei prossimi compagni di viaggio. Maledetta fantasia maledetta. Hanno tutti, per un momento, un teschio al posto del viso. Le ossa facciali sono esposte. Sono futuri morti.
C'è la nebbia, ina ereoporto e ci sarà durante il volo.
Mi è negato il sollievo della visione struggente del paesaggio: L'aereo è in un nulla lanuginoso che lo fa sobbalzare. Le nuvole sono solide e scuotono tutta la fusoliera. un ragazzo francese, dietro di me, dice mon dieu! Lucia accarezza il suo portafortuna e io mi sento fare Yeah!
Mi sto divertendo. mi piacciono le turbolenze. E chi lo avrebbe detto. Ancora!
Mentre scendiamo l'aereo salta su e giù come fosse un pullman su una strada dissestata (e questo ricordo è fresco non può già esser travisato!).
Mi diverto. La paura non c'è più. Mi si apre il mondo, con le sue rotte intercontinentali.
Sbarchiamo a Pisa. La città è sempre la stessa. Stasera non ci sono taxi. Aspettiamo tanto.
Sono tornato da Angouleme, da Parigi.
In Francia ho vinto due premi importantissimi e mi sono commosso. Per la prima volta ho "sentito" un premio.
E poi sono arrivate tutte le offerte del mondo ed i fotografi e la televisione.
Dopo il premio mi è venuta la febbre. Il mattino dopo la premiazione mi sono svegliato e ho vomitato. Forse l'emozione. Forse per il fatto che il corpo, dopo cinque anni di disegno ininterrotto, ha davvero detto basta; è finita adesso; si fa festa.
La mia mamma al telefono mi dice che hanno fatto un trafiletto su "La Nazione". Accanto al paginone che parla dell'ultima fatica di Bobby Solo, c'è una colonnina che racconta che un pisano ha trionfato ad Angouleme.
Sono contento. Dico alla mia mamma, mentre mi legge ad alta voce.
Je suis content
Sept jours de terreur.
Avec Lucia nous essayons de ne pas y penser, mais il n'y a rien à y faire.
L'avion.
La catastrophe aérienne.
Des corps parmi les débris.
Nos derniers jours.
Nous avons peur de l'avion.
Dans une semaine nous devrons embarquer et voler vers paris.
Voler est une chose normale pour tellement de gens.
Nous, nous avons peur.
Quand j'avais 19 ans j'ai pris l'avion.
De Milan à Amsterdam, et de là en Syrie à bord d'un gros jumbo jet ventru.
J'ai passé quelques heures dans un aéroport plein d'homme moustachus avec des AK47 en bandoulière et j'ai de nouveau embarqué pour atterrir au milieu d'une grande palmeraie : l'aéroport de Colombo, au Sri Lanka.
J'étais très jeune.
Au retour, un mois après, l'avion a du faire un atterrissage imprévu (maintenant j'ai envie de dire "d'urgence" mais c'est peut-être parce que je romance mes souvenirs) à Karachi, au Pakistan.
Nous avons atterrit sans avertissement, après avoir été réveillés, à quatre heures du matin, par un film avec une Ferrari qui roulait sur une route côtière, vue de l'arrière. Une musique accompagnait sa route.
Je me souviens (mais ces souvenirs sont-ils fidèles ?) que nous commencions à descendre rapidement, l'avion tressautait et je pensais (le pensai-je ?) que j'étais dans un autobus.
Il y a beaucoup de trous dans cette route, je pensais.
Peut-être.
A Karachi, j'ai embarqué dans un DC9 qui m'a ramené à Rome. Un voyage très très long dans un avion trop petit. Mes soeurs ont été malades à cause de la nourriture avariée. Elles ont vomi dans les sacs prévus à cet effet. Les hôtesses avaient des moustaches noires.
Puis les années se sont écoulées, et à part dessiner des histoires, je les ai passées à cultiver mes peurs et à affaiblir mon esprit.
Dans une heure nous décollerons. Nous attendons, à l'aéroport de Pise.
Chaque phrase que nous disons nous fait rire jaune. CHAQUE chose est la dernière.
Le dernier post sur bacidallaprovincia, avec nous deux criant dans l'avion.
Le prix Goscinny, jamais reçu à cause du décès dans le crash.
Chaque phrase que nous disons semble la phrase adaptée à dire avant de mourir.
Nous rions, c'est vrai, mais nous avons peur.
Et puis, l'avion s'envole, la vitesse donne des frissons et par la fenêtre on peut maintenant voir un fil de lumière orange qui se consume à travers les fines couches de nuages.
Ces lumières sont les villes des hommes.
Elles dessinent des signes, des constellations. Les lignes des routes, signalées par les points jaunes des lampadaires, sont placées gracieusement.
Nous sommes au-dessus de la côte et les lumières se reflètent dans l'eau et la mer est si noire qu'on direait un second ciel nocturne. Et sur l'eau, il y a des bateaux illuminés et le littoral se dessine avec une courbe souple et tendre.
Je fonds devant tant de beauté, j'oublie la peur et puis j'y pense : n'est-il pas clair que seule la beauté peut faire fuir la peur de la mort ?
Comment ai-je fait pour l'oublier ?
Pendant que je me rend compte que je suis content comme un enfant, en regardant la terre de loin, je pense que je peux quand même tomber, m'écraser, et mon corps faire une bouillie avec les débris.
Si c'est le prix à payer pour voir tant de beauté, ça me va.
C'est comme cela que se termine l'histoire de ma peur de l'avion.
Au retour de Paris, après une semaine, je suis anxieux de repartir.
A l'aéroport d'Orly, je me déplace avec l'air de celui qui connaît les vols de nuit. Seule une très légère inquiétude me prend, quand il ne reste que quelques minutes avant l'embarquement.
C'est cette sacrée imagination qui revient.
Maudite imagination.
Je vois une forêt alpine. Il y a, entre les arbres brûlés, des débris de métal blanc et argenté. Sur certains, on peut deviner des fragments d'une écriture orange.
Nous sommes assis dans des fauteuils. Nous attendons que le temps passe et je m'agite un peu. Je vais à la toilette. Une toilette parisienne parfaite.
Je pisse en surveillant le flux et je relève les yeux seulement une fois l'opération terminée. Il y a un mot écrit sur les carrelages gris du mur immaculé de la toilette. C'est un mot écrit au marqueur, très grand.
En majuscules. En anglais.
Quelqu'un a essayé de l'effacer mais n'a pas réussi.
Ou peut-être que ce mot est ressorti juste maintenant. Pour moi.
"DEATH" dit le mot sur le mur.
MORT.
Je sors de la toilette.
Je regarde mes futurs compagnons de voyage.
Maudite imagination maudite.
Ils ont tous, pour le moment un crâne à la place de la tête.
Les os des visages sont à l'air libre. Ce sont de futurs morts.
Il y a de la brume à l'aéroport et il y en aura pendant le voyage.
On m'a retiré mon réconfort : la vision poignante du paysage. L'avion est dans un duvet de vide qui le fait tressauter. Les nuages sont solides et secouent tout le fuselage.
Un français, derrière moi, dit "mon dieu !"
Lucia caresse son porte-bonheur et je me sens faire "Yeah !"
Je m'amuse. Les turbulence me plaisent. Qui l'aurait cru ? Encore ! Alors que nous descendons l'avion saute comme s'il était un bus sur une route déformée (et ce souvenir est récent et ne peut pas encore avoir été transformé !).
Je m'amuse.
Je n'ai plus peur.
Le monde s'ouvre à moi, avec toutes ses routes intercontinentales.
Nous débarquons à Pise. La ville est toujours la même. Ce soir il n'y a pas de taxi. Nous attendons longtemps.
Je suis de retour d'Angoulême, de Paris.
En France, j'ai gagné deux prix très important et cela m'a ému. Pour la première fois, j'ai "senti" un prix.
Et puis sont arrivées toutes les propositions du monde, les photographes et la télévision.
Après le prix, c'est la fièvre qui est arrivée. Le lendemain matin de la remise des prix j'ai vomi au réveil. L'émotion peut-être. Peut-être le fait que le corps, après cinq ans de dessin ininterrompu, a véritablement dit stop ; c'est terminé maintenant ; on fait la fête.
Le monde de la bande dessinée française m'a accueilli avec une affection que je n'ai jamais eue. Alors que je suis au lit, dans une petite maison au dessus de la place principale d'Angoulême, à attendre que la fièvre passe, j'allume la télévision et je me vois voûté et maladroit allant recevoir le prix. Je suis sur toutes les chaînes nationales.
Il y a des reportages spéciaux à la radio.
Je suis une petite star aujourd'hui.
Ma maman me dit au téléphone qu'il y a un entrefilet dans "La Nazione".
A côté de la page qui parle des dernières aventures de Bobby Solo, il y a une petite colonne qui raconte qu'un habitant de Pise a triomphé à Angoulême.
Je suis content.
Je le dit à ma maman, pendant qu'elle me lit l'article à haute voix.
gennaio 25, 2006
Aaaaangouleme!
In questo disegno ci siamo io e la mia fidanzata in volo verso la Francia.
Lei non ha mai volato ed io, essendo uno psicotico, non potevo privarmi della fobia del volo.
Purtroppo questo è l'anno in cui ho deciso di togliermi tutte le paure maggiori (quella del dentista è andata) e ora, inevitabilmente, tocca all'aereo.
Sarò al festival di Angouleme, per tre giorni, dove concorrerò per il premio del miglior libro e ritirerò il premio Goscinny.
Poi Parigi, per dediche ed incontri con lettori, editori e librai.
Parigi, se ancora qualcuno non lo sapesse, è una meraviglia e val bene un attacco di panico.
Tornerò in Italia il 3 febbraio (previa sopravvivenza al permanere in un oggetto di metallo sospeso in aria).
Fino ad allora, naturalmente niente aggiornamenti o risposte ai post.
Arrivederci.
Aaaaaangouleme!
Ce dessin représente ma fiancée et moi en vol pour la France. Elle n'a jamais pris l'avion et moi, en bon psychotique, je ne pouvais éviter la phobie
de l'avion.
Malheureusement cette année j'ai décidé de vaincre mes principales peurs (celle du dentiste est déjà réglée) et maintenant, inévitablement, c'est au tour de l'avion.
Je serai au festival d'Angoulême, pour trois jours, où je concours pour le prix du meilleur album et où je recevrai le prix Goscinny.
Puis direction Paris, pour des dédicaces et des rencontres avec des lecteurs, éditeurs et libraires.
Paris, au cas où quelqu'un ne le saurait toujours pas, est une merveille et vaut bien une crise de panique.
Je rentrerai en Italie le 3 février (à condition de survivre au séjour dans un objet métalique en suspendu dans les airs).
D'ici là, il n'y aura évidemment pas de mise à jour ou réponse aux post.
Au revoir.
gennaio 18, 2006
Post tecnico
La prima cosa è il bisogno.
Arriva il bisogno di scrivere una storia. A volte questo bisogno si manifesta con una frase, uno scambio di battute che mi sento nelle orecchie e che spesso mi paiono pronunciate (inventate) da altri e meritorie di essere appuntate.
La scrittura avviene così: racconto quello che vedo e scrivo quello che sento.
Queste prime frasi, quelle del bisogno o dell'impressione, le scrivo male. Spesso non riesco neppure a dargli una forma corretta. Probabilmente risulterebbero incomprensibili ad altri. Comunque: spesso le scrivo su un agendina. Le scrivo in modo disordinato perchè l'unica cosa che conta, per me, in quel momento, è la velocità. Devo mettere giù le parole prima che scappino.
Altre volte, queste parole che sento sono così nitide che scrivo direttamente al computer. Prendo il programma che uso per lavorare alle sceneggiature (Final Draft) e scrivo subito in forma definitiva.
Dialoghi e personaggi e descrizioni, escono naturalmente. I personaggi non hanno mai un nome in questa fase. Più avanti se ne guadagneranno uno.
Quel momento è un miracolo. Per quanto mi riguarda, vale tutto il mestiere. Scrivere di getto, raccontando quello che appare negli occhi e le frasi che arrivano nelle orecchie è una cosa meravigliosa.
In quel momento divento persona differente dall'insicuro bipede che sono di solito. Sono sinceramente felice e mi sento fortissimo.
Poi smetto di scrivere.
Rileggo il giorno dopo. Spesso rabbrividisco per l'inconcludenza delle cose messe giù. Ci resto male. Mi domando come avesse potuto entusiasmarmi simile delirio. Capita spesso.
Altre volte succede il contraro: in pochi minuti di lettura torno nella condizione iniziale. Riprendo il filo del discorso e aggiusto la scrittura, le descrizioni si fanno più nitide. I personaggi vengono battezzati.
Quando questo succede, solitamente , è perchè la storia è nata da un bisogno profondo. Roba che sta da qualche parte, nascosta, spesso mimetizzata o camuffata da sentimenti diversi.
Ma se riprendo la storia e la porto avanti con convinzione, vuole dire che quel bisogno c'è. E prima o poi si chiarirà.
Fino ad ora le cose sono sempre andate così.
La cosa importante è che devo assolutamente individuare l'origine del bisogno. Mi serve per sapere di cosa sto parlando. Se vale davvero la pena, e dove andrò a finire. Il finale della storia (per esempio) sta proprio nell'origine di quel bisogno.
Basta filosofie. Inizia il lavoro vero.
La scrittura al computer genera una sceneggiatura in forma cinematografica. (Vedi foto).
Questo testo riporta tutti i dialoghi, le locazioni dove si svolgono le scene e delle descrizioni di azione e ambiente.
Queste descrizioni, a onor del vero, sono minime, perchè scrivo per me e so cosa dovrà starci. In una normale sceneggiatura da girare ad altri farei descrizioni più accurate.
Al momento di portare il testo nella storia, di passare insomma, alle pagine a fumetti, accade sempre la stessa cosa: mi accorgo di aver scritto troppo. E' come se, in fase di scrittura, dimenticassi la forza del disegno. Per quanto cerchi sempre di tenere al minimo il linguaggio e reciti a voce alta TUTTE le battute dei personaggi e le riscriva fino a quando non suonano in bocca in modo naturale, quando passo alla pagina disegnata c'è sempre troppa roba tra le scatole.
Allora faccio questo: prendo un agenda. Numero le pagine come se fossero quelle del libro che sarà. Sfoglio le pagine immaginando quello che ci starà dentro, pensando alle varie parti della storia, alle succeessioni degli eventi, e scrivo brevi appunti e battute sulle pagine, nel posto dove dovranno stare alla fine.
Spesso riscrivo nuovamente i dialoghi. E' come se il ritmo delle pagine sfogliate, portasse un nuovo piano che richiede modifiche e sottrazioni.
Alla fine mi trovo con una specie di "simulacro" del libro. Con tante cose scritte a penna e cancellature e gran macello. (vedi foto)
Con questo simulacro, e le pagine di sceneggiatura più accurate, inizio a disegnare.
Solitamente parto subito sulla pagina definitiva, ma se la sequenza da fare è complicata o lo spazio è poco e devo dosare bene le scene e i dialoghi, mi faccio uno schemino. Una specie di storyboard della scena corrente, di quarta categoria. (vedi foto).
La pistola che sta nell'immagine è una replica. Mi serviva, durante la lavorazione di "Hanno ritrovato la macchina" e così è finita nelle fotografie.
Il barattolo di plastica è invece uno dei numerosi "cimiteri dei pennarelli" che mi tengo intorno. Il pennarello vivo è quello sulla pagina. Uso quel tipo di penna per il disegno a tratto sottile (Appunti per una storia di guerra, Questa è la stanza) e in generale, per la scrittura dei testi nei balloon. Questi pennarelli hanno la caratteristica di cadere SEMPRE di punta quando precipitano dal tavolo (1 ogni due minuti in media).
Questo è il materiale che uso per disegnare. Al completo.
L'agenda è quella di cui ho parlato. Il simulacro.
Lapis e mine hanno poca importanza. Qualsiasi matita non dura va bene e neppure troppo morbida, altrimenti rischio di impantanarmi l'aquarello.
La carta è la famosa Moulin Du Coq "Le Bleu". Introvabile in Italia e fantastica a mio avviso.
Il Phon serve per asciugare l'acquarello in tempi rapidi.
Utile se si deve andare MOLTO veloci. Le pastiglie della foto sono antibiotici e dato che sono sempre malato, non mancano mai.
Pennello di martora marca sconosciuta. Grande abbastanza da tenere tanto colore ma con una buona punta, per poter lavorare i dettagli.
Una gomma, una gomma pane. Un colore aquarello Grigio di Payne marca BlockX.
Pure questi non riesco a trovarli in Italia. Sono i migliori acquarelli che abbia mai usato e il grande formato permette di avere tanto colore a disposizione e poter contrastare la tendenza alla "eccessiva leggerezza" tipica dell'acquarello mediocre.
Per il formato delle pagine da fare, dato che sono pigro, mi ritaglio una forma di cartone che poi uso come "formina" per fare i quadri delle pagine da disegnare. (E' quel pezzo di cartoncino giallo sotto al materiale).
Questo sono io al lavoro.
Con il pennello ho fatto il tratto nero e metto giù il tono di grigio ad acquarello. In "Hanno ritrovato la macchina" ho usato questa tecnica, ma ce ne sono altre, con altre priorità di lavorazione.
In "Questa è la stanza" dove il disegno a tratto è spesso fatto di getto, il segno del pennarello sottile era la prima cosa ad andare sulla carta. L'acquarello, sovrapponendosi scioglieva il colore, sbafandolo e facendo sporchini che, in quel momento, pensavo fossero utili alla storia.
Quello dove sono riflesso è lo specchietto di Vespa modificato che utilizzo per fare/guardare le espressioni dei personaggi.
E quest'ultima fotografia ritrae la tavola in lavorazione, con Phon al massimo volume per accorciare i tempi.
Questo è tutto, per quanto riguarda il post tecnico.
Credo di aver omesso un sacco di cose ed essermi dilungato su cose di poco conto.
Fate domande se siete interessati ad avere dei chiarimenti.
Post technique
La première chose est le besoin.
Le besoin d'écrire une histoire se révèle. Parfois ce besoin apparaît sous forme d'une phrase ou d'un dialogue que j'entend dans mes oreilles et qui me semble souvent prononcé (inventé) par d'autres et mérite d'être épinglé.
L'écriture se déroule comme ceci : je raconte ce que je vois et j'écris ce que je ressens. Ces premières phrases, celles du besoin ou de l'impression, je les écris mal. Souvent, je ne réussi même pas à leur donner une forme correcte. Probablement qu'elles seraient incompréhensibles pour d'autres.
Peu importe. Je les écris souvent dans un cahier ; de manière désordonnée car la seule chose qui compte à ce moment, c'est la rapidité. Je dois écrire les mots avant qu'ils ne s'échappent.
(photo)
D'autres fois, les mots que j'entends sont à ce point limpides que j'écris directement à l'ordinateur. J'emploie le programme que j'utilise pour travailler sur les scénario (Final Draft) et j'écris directement la version finale.
Les dialogues, personnages et descriptions arrivent naturellement. Les personnages n'ont jamais besoin d'un nom durant cette phase. Ils le gagneront plus tard.
Ce moment-là est miraculeux. En ce qui me concerne, mon métier pourrait se résumer à cela. Écrire d'un seul jet, en racontant ce qui apparaît dans les yeux et les phrases qui arrivent aux oreilles est une chose merveilleuse.
Dans ces moments-là je deviens une personne différente du bipède maladroit que je suis d'habitude. Je suis sincèrement heureux et je me sens extrêmement fort.
Puis j'arrête d'écrire.
Le lendemain je relis. Je raccourcis souvent car ce qui est écrit ne mène à rien. Dans ces cas là, je me sens mal et me demande comment j'ai pu m'enthousiasmer pour un délire pareil. Cela arrive souvent.
D'autres fois, c'est le contraire qui arrive : après quelques minutes de lecture, je retrouve les conditions initiales. Je reprend le fil du texte et j'ajuste l'écriture, les descriptions se font plus claires. Les personnages reçoivent alors leurs noms. Quand cela arrive, en général, c'est parce que l'histoire est née d'un besoin profond. De quelque chose qui se trouve quelque part, caché, souvent camouflé par des sentiments divers.
Mais si je reprend l'histoire et que je la continue avec conviction, cela veut dire que le besoin existe. Et cela s'éclaircira plus ou moins tard.
Jusqu'à aujourd'hui, ça s'est toujours déroulé comme cela.
La chose importante est que je dois absolument isoler l'origine du besoin.
Cela m'est utile pour savoir de quoi je suis en train de parler, si cela vaut vraiment la peine, et où cela finira. Par exemple, la fin de l'histoire se trouve exactement à l'origine de ce besoin.
Assez de philosophie, maintenant commence le vrai travail.
(photo)
L'écriture à l'ordinateur génère un scénario de type cinématographique (voir la photo).
Dans ce texte se trouvent tous les dialogues, les lieux où se déroulent les évènements et des descriptions des actions, de l'ambiance.
Ces descriptions, pour être honnête, sont minimalistes car j'écris pour moi et je sais ce qu'il devra s'y trouver. Dans un scénario normal, destiné à être filmé par d'autres, je ferais des descriptions plus précises.
Au moment de transposer le texte en histoire, c'est-à-dire au moment de passer à la bande dessinée, il se passe toujours la même chose : je me rends compte avoir trop écrit. C'est comme si, lors de la phase d'écriture, j'oubliais la force du dessin.
Quand on cherche tout le temps à suivre fidèlement le langage et les actions et TOUS les dialogues des personnages, on finit par les réécrire à un point
tel qu'ils deviennent artificiels. Et quand je passe alors au dessin, j'ai trop d'éléments en mains.
(photo)
Alors, je prend un cahier et numérote les pages comme si elles étaient celles du livre terminé. Je feuillette les pages en imaginant ce qui s'y trouvera, en pensant aux diverses parties de l'histoire, aux successions des évènements, et j'écris des notes brèves et des phrases sur les pages, à l'endroit où elles devront se trouver à la fin.
Je réécris souvent les dialogues. C'est comme si le rythme du feuillettement des pages apportait un nouveau niveau qui demande des modifications et des allègements. A la fin je me retrouve avec une espèce de squelette du livre.
Avec énormément de choses écrites au stylo, puis barrées, bref une boucherie.
(voir la photo)
Avec ce squelette et les pages de scénario plus précis, je commence à dessiner. En général je débute directement la version définitive, mais si la séquence à produire est compliquée ou si il y a peu d'espace et que je dois bien doser les scènes et les dialogues, je me fais un schéma. Une sorte de storyboard de la scène en cours, de très mauvaise qualité (voir la photo).
Le revolver qui se trouve sur la photo est une copie. Il m'a servit pour "Ils ont retrouvé la voiture" et c'est pourquoi on le retrouve sur les photos.
Le pot en plastique est un de mes nombreux "cimetières des stylo à bille". Le seul stylo à bille vivant est celui qui se trouve sur le cahier. J'utilise ce genre de stylo pour les dessins qui nécessitent un trait fin ("Notes pour une histoire de guerre", "Le local") et pour écrire les textes des phylactères en général. Ils ont la propriété de TOUJOURS tomber sur la pointe quand ils glissent de la table (ce qui arrive toutes les deux minutes en moyenne).
(photo)
Voilà le matériel que j'utilise pour dessiner au complet.
Le cahier et celui dont j'ai parlé : le "squelette". Le crayon a peu d'importance : toute mine non dure me satisfait ; elle ne doit pas non plus être trop grasse sinon elle risque de se diluer dans l'aquarelle. J'utilise le papier Moulin Du Coq "Le Bleu", très connu. Introuvable en Italie mais
fantastique, selon moi.
Le sèche cheveux sert à sécher l'aquarelle rapidement. C'est utile si je dois être TRÈS rapide. Les pilules sont des antibiotiques : comme je suis toujours malade, c'est souvent utile.
Pinceau en poils de martre de marque inconnue. Assez grand pour contenir beaucoup de peinture mais avec une belle pointe, pour pouvoir travailler les détails.
Une gomme et une gomme mie de pain. De l'aquarelle "Gris de Payne" de marque BlockX, que je ne trouve pas non plus en Italie. Ce sont les meilleures aquarelles que j'ai utilisées dans ma vie et le grand format permet d'avoir beaucoup de couleurs à disposition et de pouvoir contrecarrer la "légèreté excessive" typique de l'aquarelle de mauvaise qualité.
Comme je suis paresseux, je découpe un carton du format des pages à faire, et je l'utilise ensuite comme modèle pour délimiter les pages à dessiner (c'est le morceau de carton jaune qui se trouve sous le reste).
(photo)
Me voici au travail.
J'ai fait le trait noir avec le pinceau et je suis en train de mettre des tons de gris à l'aquarelle. J'ai utilisé cette technique pour "Ils ont retrouvé la voiture", mais il y en a d'autres qui permettent de mettre en avant d'autres aspects.
Dans "Le local", où le dessin a souvent été fait d'un seul jet, je faisais premièrement les traits au pinceau fin. L'aquarelle, en se superposant, dissolvait la couleur, mangeant et faisant des taches qui (sur le moment même) me semblaient utiles à l'histoire.
(photo)
Ce dans quoi je me reflète est le rétroviseur de Vespa que j'utilise pour faire/regarder les expressions des personnages. Sur cette dernière photo on voit le travail sur la planche, avec le sèche-cheveux au maximum pour gagner du temps.
C'est tout, en ce qui concerne ce post technique.
Je crois avoir oublié un tas de choses et de m'être étendu sur des détails peu importants.
Posez des questions si vous êtes intéressés et voulez des éclaircissements.
Arriva il bisogno di scrivere una storia. A volte questo bisogno si manifesta con una frase, uno scambio di battute che mi sento nelle orecchie e che spesso mi paiono pronunciate (inventate) da altri e meritorie di essere appuntate.
La scrittura avviene così: racconto quello che vedo e scrivo quello che sento.
Queste prime frasi, quelle del bisogno o dell'impressione, le scrivo male. Spesso non riesco neppure a dargli una forma corretta. Probabilmente risulterebbero incomprensibili ad altri. Comunque: spesso le scrivo su un agendina. Le scrivo in modo disordinato perchè l'unica cosa che conta, per me, in quel momento, è la velocità. Devo mettere giù le parole prima che scappino.
Dialoghi e personaggi e descrizioni, escono naturalmente. I personaggi non hanno mai un nome in questa fase. Più avanti se ne guadagneranno uno.
Quel momento è un miracolo. Per quanto mi riguarda, vale tutto il mestiere. Scrivere di getto, raccontando quello che appare negli occhi e le frasi che arrivano nelle orecchie è una cosa meravigliosa.
In quel momento divento persona differente dall'insicuro bipede che sono di solito. Sono sinceramente felice e mi sento fortissimo.
Poi smetto di scrivere.
Rileggo il giorno dopo. Spesso rabbrividisco per l'inconcludenza delle cose messe giù. Ci resto male. Mi domando come avesse potuto entusiasmarmi simile delirio. Capita spesso.
Altre volte succede il contraro: in pochi minuti di lettura torno nella condizione iniziale. Riprendo il filo del discorso e aggiusto la scrittura, le descrizioni si fanno più nitide. I personaggi vengono battezzati.
Quando questo succede, solitamente , è perchè la storia è nata da un bisogno profondo. Roba che sta da qualche parte, nascosta, spesso mimetizzata o camuffata da sentimenti diversi.
Ma se riprendo la storia e la porto avanti con convinzione, vuole dire che quel bisogno c'è. E prima o poi si chiarirà.
Fino ad ora le cose sono sempre andate così.
La cosa importante è che devo assolutamente individuare l'origine del bisogno. Mi serve per sapere di cosa sto parlando. Se vale davvero la pena, e dove andrò a finire. Il finale della storia (per esempio) sta proprio nell'origine di quel bisogno.
Basta filosofie. Inizia il lavoro vero.
Questo testo riporta tutti i dialoghi, le locazioni dove si svolgono le scene e delle descrizioni di azione e ambiente.
Queste descrizioni, a onor del vero, sono minime, perchè scrivo per me e so cosa dovrà starci. In una normale sceneggiatura da girare ad altri farei descrizioni più accurate.
Al momento di portare il testo nella storia, di passare insomma, alle pagine a fumetti, accade sempre la stessa cosa: mi accorgo di aver scritto troppo. E' come se, in fase di scrittura, dimenticassi la forza del disegno. Per quanto cerchi sempre di tenere al minimo il linguaggio e reciti a voce alta TUTTE le battute dei personaggi e le riscriva fino a quando non suonano in bocca in modo naturale, quando passo alla pagina disegnata c'è sempre troppa roba tra le scatole.
Spesso riscrivo nuovamente i dialoghi. E' come se il ritmo delle pagine sfogliate, portasse un nuovo piano che richiede modifiche e sottrazioni.
Alla fine mi trovo con una specie di "simulacro" del libro. Con tante cose scritte a penna e cancellature e gran macello. (vedi foto)
Solitamente parto subito sulla pagina definitiva, ma se la sequenza da fare è complicata o lo spazio è poco e devo dosare bene le scene e i dialoghi, mi faccio uno schemino. Una specie di storyboard della scena corrente, di quarta categoria. (vedi foto).
La pistola che sta nell'immagine è una replica. Mi serviva, durante la lavorazione di "Hanno ritrovato la macchina" e così è finita nelle fotografie.
Il barattolo di plastica è invece uno dei numerosi "cimiteri dei pennarelli" che mi tengo intorno. Il pennarello vivo è quello sulla pagina. Uso quel tipo di penna per il disegno a tratto sottile (Appunti per una storia di guerra, Questa è la stanza) e in generale, per la scrittura dei testi nei balloon. Questi pennarelli hanno la caratteristica di cadere SEMPRE di punta quando precipitano dal tavolo (1 ogni due minuti in media).
L'agenda è quella di cui ho parlato. Il simulacro.
Lapis e mine hanno poca importanza. Qualsiasi matita non dura va bene e neppure troppo morbida, altrimenti rischio di impantanarmi l'aquarello.
La carta è la famosa Moulin Du Coq "Le Bleu". Introvabile in Italia e fantastica a mio avviso.
Il Phon serve per asciugare l'acquarello in tempi rapidi.
Utile se si deve andare MOLTO veloci. Le pastiglie della foto sono antibiotici e dato che sono sempre malato, non mancano mai.
Pennello di martora marca sconosciuta. Grande abbastanza da tenere tanto colore ma con una buona punta, per poter lavorare i dettagli.
Una gomma, una gomma pane. Un colore aquarello Grigio di Payne marca BlockX.
Pure questi non riesco a trovarli in Italia. Sono i migliori acquarelli che abbia mai usato e il grande formato permette di avere tanto colore a disposizione e poter contrastare la tendenza alla "eccessiva leggerezza" tipica dell'acquarello mediocre.
Per il formato delle pagine da fare, dato che sono pigro, mi ritaglio una forma di cartone che poi uso come "formina" per fare i quadri delle pagine da disegnare. (E' quel pezzo di cartoncino giallo sotto al materiale).
Con il pennello ho fatto il tratto nero e metto giù il tono di grigio ad acquarello. In "Hanno ritrovato la macchina" ho usato questa tecnica, ma ce ne sono altre, con altre priorità di lavorazione.
In "Questa è la stanza" dove il disegno a tratto è spesso fatto di getto, il segno del pennarello sottile era la prima cosa ad andare sulla carta. L'acquarello, sovrapponendosi scioglieva il colore, sbafandolo e facendo sporchini che, in quel momento, pensavo fossero utili alla storia.
E quest'ultima fotografia ritrae la tavola in lavorazione, con Phon al massimo volume per accorciare i tempi.
Questo è tutto, per quanto riguarda il post tecnico.
Credo di aver omesso un sacco di cose ed essermi dilungato su cose di poco conto.
Fate domande se siete interessati ad avere dei chiarimenti.
Post technique
La première chose est le besoin.
Le besoin d'écrire une histoire se révèle. Parfois ce besoin apparaît sous forme d'une phrase ou d'un dialogue que j'entend dans mes oreilles et qui me semble souvent prononcé (inventé) par d'autres et mérite d'être épinglé.
L'écriture se déroule comme ceci : je raconte ce que je vois et j'écris ce que je ressens. Ces premières phrases, celles du besoin ou de l'impression, je les écris mal. Souvent, je ne réussi même pas à leur donner une forme correcte. Probablement qu'elles seraient incompréhensibles pour d'autres.
Peu importe. Je les écris souvent dans un cahier ; de manière désordonnée car la seule chose qui compte à ce moment, c'est la rapidité. Je dois écrire les mots avant qu'ils ne s'échappent.
(photo)
D'autres fois, les mots que j'entends sont à ce point limpides que j'écris directement à l'ordinateur. J'emploie le programme que j'utilise pour travailler sur les scénario (Final Draft) et j'écris directement la version finale.
Les dialogues, personnages et descriptions arrivent naturellement. Les personnages n'ont jamais besoin d'un nom durant cette phase. Ils le gagneront plus tard.
Ce moment-là est miraculeux. En ce qui me concerne, mon métier pourrait se résumer à cela. Écrire d'un seul jet, en racontant ce qui apparaît dans les yeux et les phrases qui arrivent aux oreilles est une chose merveilleuse.
Dans ces moments-là je deviens une personne différente du bipède maladroit que je suis d'habitude. Je suis sincèrement heureux et je me sens extrêmement fort.
Puis j'arrête d'écrire.
Le lendemain je relis. Je raccourcis souvent car ce qui est écrit ne mène à rien. Dans ces cas là, je me sens mal et me demande comment j'ai pu m'enthousiasmer pour un délire pareil. Cela arrive souvent.
D'autres fois, c'est le contraire qui arrive : après quelques minutes de lecture, je retrouve les conditions initiales. Je reprend le fil du texte et j'ajuste l'écriture, les descriptions se font plus claires. Les personnages reçoivent alors leurs noms. Quand cela arrive, en général, c'est parce que l'histoire est née d'un besoin profond. De quelque chose qui se trouve quelque part, caché, souvent camouflé par des sentiments divers.
Mais si je reprend l'histoire et que je la continue avec conviction, cela veut dire que le besoin existe. Et cela s'éclaircira plus ou moins tard.
Jusqu'à aujourd'hui, ça s'est toujours déroulé comme cela.
La chose importante est que je dois absolument isoler l'origine du besoin.
Cela m'est utile pour savoir de quoi je suis en train de parler, si cela vaut vraiment la peine, et où cela finira. Par exemple, la fin de l'histoire se trouve exactement à l'origine de ce besoin.
Assez de philosophie, maintenant commence le vrai travail.
(photo)
L'écriture à l'ordinateur génère un scénario de type cinématographique (voir la photo).
Dans ce texte se trouvent tous les dialogues, les lieux où se déroulent les évènements et des descriptions des actions, de l'ambiance.
Ces descriptions, pour être honnête, sont minimalistes car j'écris pour moi et je sais ce qu'il devra s'y trouver. Dans un scénario normal, destiné à être filmé par d'autres, je ferais des descriptions plus précises.
Au moment de transposer le texte en histoire, c'est-à-dire au moment de passer à la bande dessinée, il se passe toujours la même chose : je me rends compte avoir trop écrit. C'est comme si, lors de la phase d'écriture, j'oubliais la force du dessin.
Quand on cherche tout le temps à suivre fidèlement le langage et les actions et TOUS les dialogues des personnages, on finit par les réécrire à un point
tel qu'ils deviennent artificiels. Et quand je passe alors au dessin, j'ai trop d'éléments en mains.
(photo)
Alors, je prend un cahier et numérote les pages comme si elles étaient celles du livre terminé. Je feuillette les pages en imaginant ce qui s'y trouvera, en pensant aux diverses parties de l'histoire, aux successions des évènements, et j'écris des notes brèves et des phrases sur les pages, à l'endroit où elles devront se trouver à la fin.
Je réécris souvent les dialogues. C'est comme si le rythme du feuillettement des pages apportait un nouveau niveau qui demande des modifications et des allègements. A la fin je me retrouve avec une espèce de squelette du livre.
Avec énormément de choses écrites au stylo, puis barrées, bref une boucherie.
(voir la photo)
Avec ce squelette et les pages de scénario plus précis, je commence à dessiner. En général je débute directement la version définitive, mais si la séquence à produire est compliquée ou si il y a peu d'espace et que je dois bien doser les scènes et les dialogues, je me fais un schéma. Une sorte de storyboard de la scène en cours, de très mauvaise qualité (voir la photo).
Le revolver qui se trouve sur la photo est une copie. Il m'a servit pour "Ils ont retrouvé la voiture" et c'est pourquoi on le retrouve sur les photos.
Le pot en plastique est un de mes nombreux "cimetières des stylo à bille". Le seul stylo à bille vivant est celui qui se trouve sur le cahier. J'utilise ce genre de stylo pour les dessins qui nécessitent un trait fin ("Notes pour une histoire de guerre", "Le local") et pour écrire les textes des phylactères en général. Ils ont la propriété de TOUJOURS tomber sur la pointe quand ils glissent de la table (ce qui arrive toutes les deux minutes en moyenne).
(photo)
Voilà le matériel que j'utilise pour dessiner au complet.
Le cahier et celui dont j'ai parlé : le "squelette". Le crayon a peu d'importance : toute mine non dure me satisfait ; elle ne doit pas non plus être trop grasse sinon elle risque de se diluer dans l'aquarelle. J'utilise le papier Moulin Du Coq "Le Bleu", très connu. Introuvable en Italie mais
fantastique, selon moi.
Le sèche cheveux sert à sécher l'aquarelle rapidement. C'est utile si je dois être TRÈS rapide. Les pilules sont des antibiotiques : comme je suis toujours malade, c'est souvent utile.
Pinceau en poils de martre de marque inconnue. Assez grand pour contenir beaucoup de peinture mais avec une belle pointe, pour pouvoir travailler les détails.
Une gomme et une gomme mie de pain. De l'aquarelle "Gris de Payne" de marque BlockX, que je ne trouve pas non plus en Italie. Ce sont les meilleures aquarelles que j'ai utilisées dans ma vie et le grand format permet d'avoir beaucoup de couleurs à disposition et de pouvoir contrecarrer la "légèreté excessive" typique de l'aquarelle de mauvaise qualité.
Comme je suis paresseux, je découpe un carton du format des pages à faire, et je l'utilise ensuite comme modèle pour délimiter les pages à dessiner (c'est le morceau de carton jaune qui se trouve sous le reste).
(photo)
Me voici au travail.
J'ai fait le trait noir avec le pinceau et je suis en train de mettre des tons de gris à l'aquarelle. J'ai utilisé cette technique pour "Ils ont retrouvé la voiture", mais il y en a d'autres qui permettent de mettre en avant d'autres aspects.
Dans "Le local", où le dessin a souvent été fait d'un seul jet, je faisais premièrement les traits au pinceau fin. L'aquarelle, en se superposant, dissolvait la couleur, mangeant et faisant des taches qui (sur le moment même) me semblaient utiles à l'histoire.
(photo)
Ce dans quoi je me reflète est le rétroviseur de Vespa que j'utilise pour faire/regarder les expressions des personnages. Sur cette dernière photo on voit le travail sur la planche, avec le sèche-cheveux au maximum pour gagner du temps.
C'est tout, en ce qui concerne ce post technique.
Je crois avoir oublié un tas de choses et de m'être étendu sur des détails peu importants.
Posez des questions si vous êtes intéressés et voulez des éclaircissements.
gennaio 14, 2006
dicembre 29, 2005
L'uomo con la giacca rossa
Qui potete trovare la ministoria "L'uomo con la giacca rossa" in una risoluzione (spero) leggibile.
Buona lettura e buon anno a tutti.
dicembre 24, 2005
Un buon segno
Per un disguido di produzione il mio racconto di natale uscito su Repubblica del 24 dicembre è stata stampato con una pagina al posto sbagliato.
Sono cose che succedono, che fanno arrabbiare moltissimo, ma succedono.
Così leggerete la storia nel modo in cui era stata scritta.
La cosa buffa è che da questa mattina sto ricevendo telefonate di complimenti per la storia.
Ad ogni telefonata rispondo che non è come l'ho scritta, la storia. Dico a tutti che la pagina 5 è finita a pagina 9. Tutti mi dicono, ah, ma non ci se ne accorge mica.
Ora non ho capito se questo è un segno buono o è un segno cattivo.
Auguri, di nuovo, comunque.
dicembre 22, 2005
Ops
Mi avevano informato male.
"Appunti per una storia di guerra" al festival Romics era in lizza come miglior libro di scuola italiana. Non europea.
Ha vinto.
Questo lo scopro frugando in rete, perchè a me di tutto ciò non è arrivata manco una riga di email.
Poi dicono che mi lamento per i premi....
Per quanto riguarda la discussione sulle bestemmie e la religione cattolica (nella fantastica versione italiana) accennata nei commenti al post precedente, potrei veramente prendere la mitragliatrice. Preferisco mollare qui. Sono convinto che i blog non siano il mezzo adatto per discussioni come si deve. Comunque, se dovesse interessare a qualcuno, la mia idea sull'argomento starà tutta nelle 32 pagine di "Hanno ritrovato la macchina".
Intanto, sul numero di Repubblica di sabato 24 dicembre (ehm, avevo capito e annunciato domenica 25, sorry) uscirà una mia storia illustrata di 10 pagine.
La storia ha il natale come tema.
Non ne conosco uno più difficile da trattare.
Auguri.
"Appunti per una storia di guerra" al festival Romics era in lizza come miglior libro di scuola italiana. Non europea.
Ha vinto.
Questo lo scopro frugando in rete, perchè a me di tutto ciò non è arrivata manco una riga di email.
Poi dicono che mi lamento per i premi....
La storia ha il natale come tema.
Non ne conosco uno più difficile da trattare.
Auguri.
dicembre 09, 2005
Ignatz
Così ho sospeso la lavorazione dei racconti autobiografici al tratto per riprendere il pennello utilizzato ne "Gli innocenti".
La nuova storia si intitolerà "Hanno ritrovato la macchina" ed è tratta dal racconto omonimo che avevo scritto alcuni mesi fa.
Da principio avevo pensato di trasporre il racconto per intero, aggiungendo i disegni in contorno, ma la forza del disegno (non del mio, del disegno in generale) si è imposta durante la lavorazione e il testo ha cominciato a svanire e trasformarsi.
Queste sono le prime tavole.
A proposito di premi: "Appunti per una storia di guerra" è nominato come miglior libro di scuola europea al festival Romics 2005 di Roma.
dicembre 07, 2005
Arie
Ora inizierò a darmi le arie e non saluterò più nessuno.
Il mio amico editor di Actes Sud, Thomas Gabison mi ha dato notizia che la versione francese di "Appunti per una storia di guerra" ha vinto il Premio Goscinny 2006. La premiazione si terrà al festival di Angouleme.
"Appunti.." Ha vinto anche il Prix Margouilla come miglior album del 2005 al Festival de la BD de Saint-Denis de la Réunion ed infine, e questa è grossa:
E' nominato come miglior libro del 2005 al Festival di Angouleme.
dicembre 04, 2005
Lire.fr
Per me è una buona notizia:
La rivista francese di letteratura "Lire" ha stilato la lista dei venti migliori libri dell'anno.
La versione francese di "Appunti per una storia di guerra" è tra questi.
La notizia buona è che i venti libri non sono libri a fumetti.
Sono libri e basta.
Per quel che ne so, solo "Notes pour une histoire de guerre" contiene anche dei disegni.
La rivista italiana "Lo Straniero" invece, mi ospita con una copertina e un certo numero di illustrazioni all'interno.
Consiglio la lettura della rivista, miei disegni a parte.
Lo Straniero si trova in libreria.
La rivista francese di letteratura "Lire" ha stilato la lista dei venti migliori libri dell'anno.
La versione francese di "Appunti per una storia di guerra" è tra questi.
La notizia buona è che i venti libri non sono libri a fumetti.
Sono libri e basta.
Per quel che ne so, solo "Notes pour une histoire de guerre" contiene anche dei disegni.
Consiglio la lettura della rivista, miei disegni a parte.
Lo Straniero si trova in libreria.
novembre 27, 2005
Storie, storie, storie
Io non me ne ero accorto, in effetti, ma ora che ci penso: "Mi sa di sì" rispondo: E poi ridiamo entrambi. Lui perchè pensa che sono pazzoide, io perchè sono contento di aver iniziato un nuovo libro.
La telefonata è venuta dopo che gli avevo inviato queste quattro nuove pagine e dopo che aveva letto "I due funghi" e ne era rimasto ben impressionato.
Ora, immagino che sia proprio così, a quanto pare ho inziato un nuovo libro.
Ho pure un titolo in mente, ma devo pensarlo bene prima di dirlo in giro.
Il libro sarà composto di storie separate ma collegate tra loro, come ritmo, ambientazione e intenti.
Ogni volta che finisco un lavoro, come per "Questa è la stanza" mi convinco di essere cerebralmente morto e che quell'ultimo lavoro sia stato veramente l' ultimo lavoro.
Allora mi viene sempre voglia di buttarmi dalla finestra.
Poi, come è successo con "i due funghi", succede qualcosa a cui non avevo pensato e mi ritrovo a scrivere e a disegnare di nuovo. In maniera diversa, di solito. E le giornate tornano a posto.
Fino ad ora, almeno, le cose sono sempre andate così.
novembre 21, 2005
Per la centesima volta
La rubrica Peanuts, che trovate a questo indirizzo web, ospita una lunga discussione tra me e Giovanni Agozzino.
La discussione parte dal mio racconto su Lucca 2005 e poi scappa via, in direzioni diverse.
Per quanto mi riguarda, ho l'impressione di essere un disco rotto che ripete sempre le stesse cose.
Ma va bene, ognuno ha le sue fissazioni.
L'esame
Prima abbiamo preso i funghi, nel bosco vicino a casa.
Li abbiamo portati in casa e ne abbiamo ritratto uno per uno, con la penna. Gli ho mostrato come facevo il disegno dal vero, con il "metodo della parte destra del cervello bacato".
Lui ne ha fatto uno molto bello.
E poi io ho fatto questo fungo, direttamente con il colore, ad acquarello e gli ho raccomandato (se vuole davvero dipingere) di farsi tatuare lo schema dei colori primari e complementari su un avambraccio.
E' stato buffo, perchè non disegnavo "bene" da quindici anni.
E' stato come fare il rinnovo della patente: un esame.
Ora posso tornare a disegnare male, come piace a me.
novembre 17, 2005
I due funghi
"I due funghi" è' il titolo del primo episodio della nuova storia su cui sto lavorando. Sono tornato a raccontare in tono di autobiografia, come facevo ai tempi di Cuore, quando andavo in giro a fare i reportage a fumetti.
In sostanza, si tratta di usare se stessi come pretesto, come marionetta da gettare in mezzo a questioni che poi, in realtà, autobiografiche non sono affatto.
Il disegno è a tratto, niente acquarello e fatto di getto. Anche la scrittura è alla prima, salvo alcune correzioni per termini oggettivamente troppo inefficaci.
Disegnare/scrivere in questo modo è una esperienza sorprendente. La velocità genera scherzi strani, il fatto di disegnare supermale permette di concentrarsi sui ritmi e sui giochi di costruzione del racconto e vengono fuori invenzioni impreviste.
C'è tanto testo in questa storia. E' un esperimento. Voglio vedere quanto posso intrecciare narrazione e dialoghi senza rompere le scatole.
Comunque sia, era tanto che non mi divertivo così, a disegnare/scrivere.
Quste immagini dovevano andare nel precedente post di dichiarazione d'amore, ma il server non me lo ha permesso.
Le metto ora, sperando di far cosa gradita.
Queste sono le prime quattro pagine, le altre potrete trovarle nel numero di gennaio di Canicola.
Ah, dimenticavo: Disegnare i funghi dal vero è una cosa fantastica!
Tutto bene
Rieccomi.
Dopo il simpatico esame fatto stamani, torno tranquillo: niente cose brutte.
Dovrò fare altri esami per capire bene cosa confabula il mio organismo, ma stiamo nelle malattie che se ne vanno con gli antibiotici.
Sono fortunato.
I problemi con il server di aruba invece non sono ancora stati risolti, non riesco a mettere immagini e non visualizzo i commenti. Spero di risolvere tutto in fretta.
Sono contento della discussione nata nel post di Lucca, secondo me fa bene parlare delle cose.
Ora che sono tranquillo posso pure partecipare.
Dopo il simpatico esame fatto stamani, torno tranquillo: niente cose brutte.
Dovrò fare altri esami per capire bene cosa confabula il mio organismo, ma stiamo nelle malattie che se ne vanno con gli antibiotici.
Sono fortunato.
I problemi con il server di aruba invece non sono ancora stati risolti, non riesco a mettere immagini e non visualizzo i commenti. Spero di risolvere tutto in fretta.
Sono contento della discussione nata nel post di Lucca, secondo me fa bene parlare delle cose.
Ora che sono tranquillo posso pure partecipare.
novembre 16, 2005
Problemi ed esami
Pare che ci siano problemi con i commenti agli articoli. Una sorta di limite.
Anche il server di Aruba mi sta dando problemi.
Per finire, la salute mi sta dando problemi e domani mattina alle 8 dovrò fare un esame che mi preoccupa.
Se tutto andrà bene, tornerò a commentare e discutere di fumetti morti e fumetti vivi.
Prima devo fare l'esame.
Ora ho altri pensieri.
Commentatori: portate pazienza.
Anche il server di Aruba mi sta dando problemi.
Per finire, la salute mi sta dando problemi e domani mattina alle 8 dovrò fare un esame che mi preoccupa.
Se tutto andrà bene, tornerò a commentare e discutere di fumetti morti e fumetti vivi.
Prima devo fare l'esame.
Ora ho altri pensieri.
Commentatori: portate pazienza.
Dichiarazione
Quando gli uomini sono deboli si fanno romantici.
Per motivi personali, in questi giorni non sto benissimo.
Per questi motivi non ho risposto alla questione Lucca, deludendo, forse, alcuni degli interlocutori che si erano espressi nei commenti. Chiedo scusa a tutti.
Spero di poterci tornare ad animo leggero, nei giorni a venire.
Ma non è per lamentarmi della mia piccola esistenza che scrivo questo articolo.
Ma per fare una pubblica dichiarazione d'amore.
Oggi, sotto la spinta di Canicola e di Edo Chieregato (il tutore di Canicola), ho disegnato di nuovo.
Sto facendo una storia breve e libera per quel giornale di scalmanati.
All'inizio non volevo farla perchè ero stanco e avevo paura di non lavorare bene.
Poi Edo mi ha convinto che potevo farmi "canicolizzare" e che forse sarebbero accadute cose buone.
La storia, di dieci pagine, in bianco e nero fatto di getto, è ora quasi finita. Forse è una delle cose che preferisco tra tutte quelle che ho fatto, e sarà anche parte di una vicenda più ampia, realizzata con lo stesso tono pazzoide di questo primo episodio.
Insomma, la cosa che volevo dire è che nonostante tutti i guai di morale e di salute che mi stanno affliggendo in questi giorni, oggi, al tavolino, scrivendo e disegnando di getto, io sono tornato (anche se per poche ore) in paradiso.
E' quindi al disegno ed alle storie che sono dedicate queste righe.
Con tutto l'amore possibile.
Ah, dimenticavo. Un giorno stavo a leggere un quotidiano. circa mille anni fa. Avevo comprato anche Cuore (il giornale di satira) per vedere se mi avevano pubblicato per bene.
C'era una piccola storia di Vincino che si intitolava "amore per il disegno" dove questo omone grande e grosso esprimeva tutto il suo amore per il suo mestiere.
Mi ricordo che la cosa mi commosse e mi dissi: chissà se un giorno anch'io proverò qualcosa di simile.
Per motivi personali, in questi giorni non sto benissimo.
Per questi motivi non ho risposto alla questione Lucca, deludendo, forse, alcuni degli interlocutori che si erano espressi nei commenti. Chiedo scusa a tutti.
Spero di poterci tornare ad animo leggero, nei giorni a venire.
Ma non è per lamentarmi della mia piccola esistenza che scrivo questo articolo.
Ma per fare una pubblica dichiarazione d'amore.
Oggi, sotto la spinta di Canicola e di Edo Chieregato (il tutore di Canicola), ho disegnato di nuovo.
Sto facendo una storia breve e libera per quel giornale di scalmanati.
All'inizio non volevo farla perchè ero stanco e avevo paura di non lavorare bene.
Poi Edo mi ha convinto che potevo farmi "canicolizzare" e che forse sarebbero accadute cose buone.
La storia, di dieci pagine, in bianco e nero fatto di getto, è ora quasi finita. Forse è una delle cose che preferisco tra tutte quelle che ho fatto, e sarà anche parte di una vicenda più ampia, realizzata con lo stesso tono pazzoide di questo primo episodio.
Insomma, la cosa che volevo dire è che nonostante tutti i guai di morale e di salute che mi stanno affliggendo in questi giorni, oggi, al tavolino, scrivendo e disegnando di getto, io sono tornato (anche se per poche ore) in paradiso.
E' quindi al disegno ed alle storie che sono dedicate queste righe.
Con tutto l'amore possibile.
Ah, dimenticavo. Un giorno stavo a leggere un quotidiano. circa mille anni fa. Avevo comprato anche Cuore (il giornale di satira) per vedere se mi avevano pubblicato per bene.
C'era una piccola storia di Vincino che si intitolava "amore per il disegno" dove questo omone grande e grosso esprimeva tutto il suo amore per il suo mestiere.
Mi ricordo che la cosa mi commosse e mi dissi: chissà se un giorno anch'io proverò qualcosa di simile.
novembre 03, 2005
Afterlucca 2005
Diario di getto con fotografie.
Sono seduto sulle poltroncine della premiazione.
Sono in una chiesa barocca, con dipinti e statue. Guardo i dipinti alle pareti e penso alla pittura del settecento ed alla piccolezza del mio lavoro, mi sento un microbo.
Accanto a me, sulla sinistra, c'è Paul Karasic.
Ci siamo conosciuti allo stand, lavorando accanto.
Abbiamo fatto amicizia.
Lui è uno scrittore e sceneggiatore di fumetti americano.
E' a Lucca per presentare il volume "Città di vetro", dal romanzo di Paul Auster, con i disegni di Mazzucchelli.
Per un anno insegnerà alla scuola di comics di Firenze.
Sul sedile destro c'è Matt Broersma, viene dal Texas, ma vive in Inghilterra.
Ci siamo conosciuti ad Angouleme, io e Matt, e poi siamo diventati amici via mail, cercando di risolvere insieme alcuni problemi legati alla scansione di disegni e al trattamento dei toni. Roba da disegnatori alle prese con le macchine.
Sono due autori americani, sono simpatici. Io non ho mai fatto amicizia con un americano in vita mia. Questa è la mia prima volta. Sono contento di scherzare con loro , ho l'impressione che abbiamo un umorismo simile. Penso a Bush e, se è possibile, ne percepisco ancor di più l'essenza aliena. Inevitabilmente mi ritrovo a pensare anche a Berlusconi e concludo che dagli alieni siamo dominati da tempo.
A Berlusconi ci penso perchè mentre cerco di resistere al sonno, nella mia poltroncina, sul palco delle premiazioni si sta presentando la nuova "sigla" di Lucca Comics.
E' una musica terribile con un testo infantile. Vorrei avere il testo da postare qui, non lo ricordo. Mi viene a mente solo una rima difficile con Cosplayer.
Sono imbarazzato, i miei nuovi amici americani mi guardano e mi prendono in giro.
Penso a Berlusconi anche perchè, mentre la sigla si riverbera nello spazio aperto della chiesa, su un monitor gigante stanno passando le immagini della fiera. Sono immagini prese durante i primi tre giorni della manifestazione e ne sottolineano la giocosità e l'allegria.
In alcune delle scene vediamo il ministro Altero Matteoli che incuriosito tocchicchia dei giornalini. In un'altra (ma questa immagine non mi fa pensare a Berlusconi) c'è Giobbe Covatta.
Riappare Matteoli. Ora so che sono fotografie scattate il giorno dell'inaugurazione.
Mi allungo verso Paul Karasic e gli spiego che quello nella foto è un ministro ex fascista del governo Berlusconi.
Giacomo Nanni vince un premio per la migliore storia breve.
Un libro che non conosco: Palle di toro, vince invece il premio come miglior volume.
A me va il riconoscimento per il miglior Autore Unico.
Salgo sul palco e sono imbarazzato. Ho un paio di doveri. Devo ringraziare chi mi ha aiutato a fare i libri in questi ultimi anni: Lucia, Igort e la Coconino.
Dedico il premio a mio padre, con il quale ho scritto l'ultimo libro, dico.
I premianti non sanno che mio padre è morto prima che iniziassi a lavorarci e la dedica in questa forma non imbarazza nessuno e fa venire i lucciconi solo a me.
Il premio è un piatto di vetro, rotondo, con una fata biomeccanica, disegnata dal mio amico Simone Bianchi, stampata sopra. Quando torno a sedere tutti mi prendono in giro per il piatto, io fingo di avere forchetta e coltello e mangio un involtino invisibile.
Il festival è cominciato tre giorni prima.
Per una volta, dopo tre anni di pioggia, il sole illumina la fiera. Fa caldo. Sembra primavera.
All'interno dei tendoni la temperatura è insopportabile.
L'umidità si avvicina a quella della giungla amazzonica.
Sopra agli stand,sono stati appesi dei teli di nylon, per evitare che la condensa cada sui libri e sulla testa di chi sta sotto.
Non si respira.
Accanto allo stand Coconino c'è una postazione della Playstation 2.
C'è un gioco in carica che non si ferma mai: Un quiz musicale. Deve essere divertente. Si gioca in quattro, ci sono dei grandi cuscini grigi davanti a due schermi al plasma. I ragazzi si accalcano e si sfidano nel quiz, stando sui comodi cuscini. Li invidio. Vorrei giocare anch'io. Il volume della macchina, d'altronde, è talmente alto che imparo tutti i brani a memoria, ed anche le frasi dell'automa digitale che conduce il gioco e premia e sgrida i concorrenti.
Per la prima volta ho in mano il libro nuovo. Mi piace, mi sembra un tantino scuro, ma qui allo stand c'è poca luce. C'è poca luce. Pochissima.
Mentre disegnamo perdiamo diottrie. I mal di testa non mancheranno. Staremo male io, Igort, Lucia, Craig Thompson...
Va bene. Stiamo a lavorare. Io ho questa visione da samurai. In questi giorni si lavora. Ci si lamenta il meno possibile e si fanno le dediche. Coconino è una piccola casa editrice e, anche se le cose vanno molto bene, fare tante dediche è importante.
Lavoro molto accanto a Igort e ci sto bene, come sempre.
Massima dedizione allo Shogun.
Se volete allevarvi un figlio samurai, riempitelo di sensi di colpa, una volta cresciuto farà tutto quello che vorrete. Sarà un gran lavoratore.
Parliamo di lavoratori.
C'è Marco Corona con il nuovo bellissimo volume e Matt con il suo Insomnia ed Elfo con un volume composto da storie di una pagina e Sergio Ponchione con il quale scoprirò una comune deriva Zappiana e Piero Macola, l'ultras più buono del mondo e Craig Thompson e Igort e Paul Karasic con Città di vetro di Auster e Mazzucchelli e Davide Toffolo, con il suo gorilla bianco accanto.
I loro libri (escludendo quello di Marco che ho già mangiato) saranno le mie letture di questi giorni.
Smetto di disegnare solo per fare incontri e interviste. Mi scopro serio. Ho imparato a dire le cose senza agitarmi troppo, almeno nelle interviste video. Mi dico che sto invecchiando e raffreddando e mi spavento.
Nelle interviste video riesco a prendere fiato. Penso la risposta. La dico nel modo (per me) più chiaro possibile.
Mi sembra di essere divenuto "posato".
Mi rifaccio in uno show case, l'ultimo giorno. Ho un mal di testa stranissimo, che mi parte dalla base del collo e mi da la nausea. La mia faccia sdentata viene proiettata su dei monitor giganti. Devo disegnare e parlare e questo è molto difficile. All'incontro il pubblico è numeroso. Un tecnico mi ha messo un auricolare/microfono uguale a quello che usano i fonici de "L'isola dei famosi".
Alcuni minuti prima dello Show Case incontro la persona che condurrà la sessione. Lo avverto che ho la mania di dire la verità, quando parlo del lavoro. Lo avviso in tutti i modi possibili. E' una persona gentile e non voglio metterlo in imbarazzo. Mi parla del premio che ho ricevuto. Gli dico che se ne può parlare ma che le cose potrebbero non essere tutte rose e fiori.
Lui è gentile e mi sorride e vuole che parliamo della tecnica che ho usato nei disegni. Io rispondo che la tecnica non è importante e che vorrei parlare d'altro ma che esistono probabilità che possa dire cose spiacevoli per qualcuno.
Lui sorride, è gentile ed è abituato ad incontri tranquilli. Non mi prende sul serio.
Io ho paura che lui mi chieda del premio e del festival.
Lo fa.
Durante l'incontro mi parla del premio. Mi dice che sono contento. Non lo chiede, lo afferma, perchè lo ritiene naturale.
Io invece non sono contento e non lo nascondo.
Ho vinto il premio come Autore Unico e , secondo me, questo non significa niente.
Se vogliono premiare me, gli dico, diano un premio ad un mio libro. Io sono lì dentro. Quello che sta al di fuori non è certo da premiare in alcun modo.
Dico anche che questo premio mi sembra una forzata dimostrazione di attenzione verso un fumetto "diverso".
Ma non c'è convinzione, in questa attenzione, e secondo me si vede lontano un chilometro.
Mi viene chiesto cosa penso del festival.
Io penso che la verità ti rende libero e quindi rispondo che non mi piace. Che trovo che la commistione tra giochi e racconti a fumetti sia un delirio.
In realtà, mi rendo conto che sto esagerando. E' l'unione tra giochi ed un certo tipo di fumetto che non sta in piedi. Così giro sulla questione e racconto ad un pubblico che appare adesso abbastanza stranito, le mie difficoltà nel raccontare il mio mestiere.
La vecchia storia dei personaggi e dei paperi.
"Che lavoro fai?"
"Faccio storie a fumetti"
"Ah si?, che personaggio disegni?"
Auspico un avvicinamento del "mio" tipo di fumetto alla letteratura.
Non mi importa niente dei vari Mister Qualcosa e Maximilian Shit vari, non è il mio mondo. mi interessa il mio lavoro. Non attacco nessuno. ognuno stia dove vuole.
Sottolineo che in Francia questo avvicinamento alla letteratura c'è già. Ricordo all'intervistatore che i miei due volumi precedenti sono usiciti in Francia con degli editori di letteratura. Immagino un futuro in cui parlare dei libri senza la PS2 nelle orecchie, per dirla in modo semplie.
Sbaglio.
Me ne accorgo mentre parlo. Sono a Lucca Comics&Games. Sono il rappresentante debole di una minoranza debole. Mi guardo intorno, butto lo sguardo sugli stand vicini e riconosco le sagome muscolose dei vari eroi fantastici.
E mi parte la seconda polpetta.
Ora parlo della necessità di affondare il racconto nella realtà, in un mondo che (secondo me) te ne spinge fuori, con forza. E poi proprio della forza parlo ora, della mia propensione alla debolezza e finisco ad attaccare pure il concetto di mascolinità che vedo rappresentato in questi eroi armati fino ai denti, e mi accorgo che sto passando per matto.
Ma ormai ci sono. Descrivo il mio modo di rappresentare i personaggi femminili, del motivo per cui non ho voluto farlo fino ad ora, fin quando non sono stato sicuro di poter disegnare "male" anche le donne. Senza un metro diverso da quello che uso per i caratteri maschili.
Vedo che c'è tanta gente intorno e penso che sia per un effetto simile a quello che fanno i predicatori pazzi nei parchi americani.
Sono in piedi, su un mattone e faccio proclami. Il mio intervistatore è sempre più in difficoltà. Vorrei fermarmi e dirgli che gli voglio bene e che sono solo posseduto da un demone che parla al posto mio ma già sto attaccando la giunta lucchese. Ricordo ai presenti (eravamo finiti a parlare di nazisti) che il sindaco Fazzi ha voluto concedere una sede a quegli scalmanati di Forza Nuova.
Insomma, se volete consigli su come rovinarsi una carriera, chiamatemi pure.
L'ultimo giorno a Lucca è il più faticoso. faccio l'ultima dedica mentre lo stand viene smontato, seduto per terra. La faccio ad una coppia di ragazzi molto gentili. Hanno comprato due libri miei mentre lo stand chiudeva, li ho notati gironzolare senza avere il coraggio di domandare un ultimo disegno.
Credo anche che sia venuto bene. Mi sembravano contenti, e lo ero anch'io.
Nella poltroncina, prima del premio, viene assegnato un premio strano, alla Playstation 2, mi sembra, oppure all'Xbox. Non ho capito, perchè sono davvero stanchissimo.
A presentare questi strani premi per i giochi ci sono dei giovani molto lucidi che non posso trattenermi dall'immaginare futuri assessori.
Paul, alla mia sinistra, ride e si sorprende. Ride ai nomi americani dei giochi italiani premiati. Matt, alla mia destra, ride. Dice che tutti quelli sul palco sono cosplayer travestiti da premiati o da premianti.
Lo sarò anch'io, pochi minuti dopo.
Sono in una chiesa barocca, con dipinti e statue. Guardo i dipinti alle pareti e penso alla pittura del settecento ed alla piccolezza del mio lavoro, mi sento un microbo.
Ci siamo conosciuti allo stand, lavorando accanto.
Abbiamo fatto amicizia.
Lui è uno scrittore e sceneggiatore di fumetti americano.
E' a Lucca per presentare il volume "Città di vetro", dal romanzo di Paul Auster, con i disegni di Mazzucchelli.
Per un anno insegnerà alla scuola di comics di Firenze.
Sul sedile destro c'è Matt Broersma, viene dal Texas, ma vive in Inghilterra.
Ci siamo conosciuti ad Angouleme, io e Matt, e poi siamo diventati amici via mail, cercando di risolvere insieme alcuni problemi legati alla scansione di disegni e al trattamento dei toni. Roba da disegnatori alle prese con le macchine.
A Berlusconi ci penso perchè mentre cerco di resistere al sonno, nella mia poltroncina, sul palco delle premiazioni si sta presentando la nuova "sigla" di Lucca Comics.
E' una musica terribile con un testo infantile. Vorrei avere il testo da postare qui, non lo ricordo. Mi viene a mente solo una rima difficile con Cosplayer.
Sono imbarazzato, i miei nuovi amici americani mi guardano e mi prendono in giro.
Penso a Berlusconi anche perchè, mentre la sigla si riverbera nello spazio aperto della chiesa, su un monitor gigante stanno passando le immagini della fiera. Sono immagini prese durante i primi tre giorni della manifestazione e ne sottolineano la giocosità e l'allegria.
In alcune delle scene vediamo il ministro Altero Matteoli che incuriosito tocchicchia dei giornalini. In un'altra (ma questa immagine non mi fa pensare a Berlusconi) c'è Giobbe Covatta.
Riappare Matteoli. Ora so che sono fotografie scattate il giorno dell'inaugurazione.
Mi allungo verso Paul Karasic e gli spiego che quello nella foto è un ministro ex fascista del governo Berlusconi.
Giacomo Nanni vince un premio per la migliore storia breve.
Un libro che non conosco: Palle di toro, vince invece il premio come miglior volume.
A me va il riconoscimento per il miglior Autore Unico.
Salgo sul palco e sono imbarazzato. Ho un paio di doveri. Devo ringraziare chi mi ha aiutato a fare i libri in questi ultimi anni: Lucia, Igort e la Coconino.
Dedico il premio a mio padre, con il quale ho scritto l'ultimo libro, dico.
I premianti non sanno che mio padre è morto prima che iniziassi a lavorarci e la dedica in questa forma non imbarazza nessuno e fa venire i lucciconi solo a me.
Il festival è cominciato tre giorni prima.
Per una volta, dopo tre anni di pioggia, il sole illumina la fiera. Fa caldo. Sembra primavera.
All'interno dei tendoni la temperatura è insopportabile.
L'umidità si avvicina a quella della giungla amazzonica.
Sopra agli stand,sono stati appesi dei teli di nylon, per evitare che la condensa cada sui libri e sulla testa di chi sta sotto.
Non si respira.
Accanto allo stand Coconino c'è una postazione della Playstation 2.
C'è un gioco in carica che non si ferma mai: Un quiz musicale. Deve essere divertente. Si gioca in quattro, ci sono dei grandi cuscini grigi davanti a due schermi al plasma. I ragazzi si accalcano e si sfidano nel quiz, stando sui comodi cuscini. Li invidio. Vorrei giocare anch'io. Il volume della macchina, d'altronde, è talmente alto che imparo tutti i brani a memoria, ed anche le frasi dell'automa digitale che conduce il gioco e premia e sgrida i concorrenti.
Per la prima volta ho in mano il libro nuovo. Mi piace, mi sembra un tantino scuro, ma qui allo stand c'è poca luce. C'è poca luce. Pochissima.
Mentre disegnamo perdiamo diottrie. I mal di testa non mancheranno. Staremo male io, Igort, Lucia, Craig Thompson...
Lavoro molto accanto a Igort e ci sto bene, come sempre.
Massima dedizione allo Shogun.
Se volete allevarvi un figlio samurai, riempitelo di sensi di colpa, una volta cresciuto farà tutto quello che vorrete. Sarà un gran lavoratore.
C'è Marco Corona con il nuovo bellissimo volume e Matt con il suo Insomnia ed Elfo con un volume composto da storie di una pagina e Sergio Ponchione con il quale scoprirò una comune deriva Zappiana e Piero Macola, l'ultras più buono del mondo e Craig Thompson e Igort e Paul Karasic con Città di vetro di Auster e Mazzucchelli e Davide Toffolo, con il suo gorilla bianco accanto.
I loro libri (escludendo quello di Marco che ho già mangiato) saranno le mie letture di questi giorni.
Smetto di disegnare solo per fare incontri e interviste. Mi scopro serio. Ho imparato a dire le cose senza agitarmi troppo, almeno nelle interviste video. Mi dico che sto invecchiando e raffreddando e mi spavento.
Nelle interviste video riesco a prendere fiato. Penso la risposta. La dico nel modo (per me) più chiaro possibile.
Mi sembra di essere divenuto "posato".
Mi rifaccio in uno show case, l'ultimo giorno. Ho un mal di testa stranissimo, che mi parte dalla base del collo e mi da la nausea. La mia faccia sdentata viene proiettata su dei monitor giganti. Devo disegnare e parlare e questo è molto difficile. All'incontro il pubblico è numeroso. Un tecnico mi ha messo un auricolare/microfono uguale a quello che usano i fonici de "L'isola dei famosi".
Lui è gentile e mi sorride e vuole che parliamo della tecnica che ho usato nei disegni. Io rispondo che la tecnica non è importante e che vorrei parlare d'altro ma che esistono probabilità che possa dire cose spiacevoli per qualcuno.
Lui sorride, è gentile ed è abituato ad incontri tranquilli. Non mi prende sul serio.
Io ho paura che lui mi chieda del premio e del festival.
Lo fa.
Durante l'incontro mi parla del premio. Mi dice che sono contento. Non lo chiede, lo afferma, perchè lo ritiene naturale.
Io invece non sono contento e non lo nascondo.
Ho vinto il premio come Autore Unico e , secondo me, questo non significa niente.
Se vogliono premiare me, gli dico, diano un premio ad un mio libro. Io sono lì dentro. Quello che sta al di fuori non è certo da premiare in alcun modo.
Dico anche che questo premio mi sembra una forzata dimostrazione di attenzione verso un fumetto "diverso".
Ma non c'è convinzione, in questa attenzione, e secondo me si vede lontano un chilometro.
Mi viene chiesto cosa penso del festival.
Io penso che la verità ti rende libero e quindi rispondo che non mi piace. Che trovo che la commistione tra giochi e racconti a fumetti sia un delirio.
In realtà, mi rendo conto che sto esagerando. E' l'unione tra giochi ed un certo tipo di fumetto che non sta in piedi. Così giro sulla questione e racconto ad un pubblico che appare adesso abbastanza stranito, le mie difficoltà nel raccontare il mio mestiere.
La vecchia storia dei personaggi e dei paperi.
"Che lavoro fai?"
"Faccio storie a fumetti"
"Ah si?, che personaggio disegni?"
Auspico un avvicinamento del "mio" tipo di fumetto alla letteratura.
Non mi importa niente dei vari Mister Qualcosa e Maximilian Shit vari, non è il mio mondo. mi interessa il mio lavoro. Non attacco nessuno. ognuno stia dove vuole.
Sottolineo che in Francia questo avvicinamento alla letteratura c'è già. Ricordo all'intervistatore che i miei due volumi precedenti sono usiciti in Francia con degli editori di letteratura. Immagino un futuro in cui parlare dei libri senza la PS2 nelle orecchie, per dirla in modo semplie.
Sbaglio.
Me ne accorgo mentre parlo. Sono a Lucca Comics&Games. Sono il rappresentante debole di una minoranza debole. Mi guardo intorno, butto lo sguardo sugli stand vicini e riconosco le sagome muscolose dei vari eroi fantastici.
E mi parte la seconda polpetta.
Ora parlo della necessità di affondare il racconto nella realtà, in un mondo che (secondo me) te ne spinge fuori, con forza. E poi proprio della forza parlo ora, della mia propensione alla debolezza e finisco ad attaccare pure il concetto di mascolinità che vedo rappresentato in questi eroi armati fino ai denti, e mi accorgo che sto passando per matto.
Ma ormai ci sono. Descrivo il mio modo di rappresentare i personaggi femminili, del motivo per cui non ho voluto farlo fino ad ora, fin quando non sono stato sicuro di poter disegnare "male" anche le donne. Senza un metro diverso da quello che uso per i caratteri maschili.
Vedo che c'è tanta gente intorno e penso che sia per un effetto simile a quello che fanno i predicatori pazzi nei parchi americani.
Sono in piedi, su un mattone e faccio proclami. Il mio intervistatore è sempre più in difficoltà. Vorrei fermarmi e dirgli che gli voglio bene e che sono solo posseduto da un demone che parla al posto mio ma già sto attaccando la giunta lucchese. Ricordo ai presenti (eravamo finiti a parlare di nazisti) che il sindaco Fazzi ha voluto concedere una sede a quegli scalmanati di Forza Nuova.
Insomma, se volete consigli su come rovinarsi una carriera, chiamatemi pure.
L'ultimo giorno a Lucca è il più faticoso. faccio l'ultima dedica mentre lo stand viene smontato, seduto per terra. La faccio ad una coppia di ragazzi molto gentili. Hanno comprato due libri miei mentre lo stand chiudeva, li ho notati gironzolare senza avere il coraggio di domandare un ultimo disegno.
Credo anche che sia venuto bene. Mi sembravano contenti, e lo ero anch'io.
A presentare questi strani premi per i giochi ci sono dei giovani molto lucidi che non posso trattenermi dall'immaginare futuri assessori.
Paul, alla mia sinistra, ride e si sorprende. Ride ai nomi americani dei giochi italiani premiati. Matt, alla mia destra, ride. Dice che tutti quelli sul palco sono cosplayer travestiti da premiati o da premianti.
Lo sarò anch'io, pochi minuti dopo.
novembre 02, 2005
Lucca 2005
Per quattro giorni sono rimasto allo stand Coconino, facendo disegni e dediche sulle copie dei libri.
Sono tornato con il mal di gola, la fidanzata ammalata e una stanchezza che impiegherà più di una giornata per andarsene via.
Sono tornato con il premio come Miglior Autore Unico. Una cosa di cui parlerò. Sono tornato anche con il nuovo volume : "Questa è la stanza", che non avevo ancora visto stampato.
Ora non ce la faccio a fare un resoconto di queste giornate.
Ci sono tante cose da raccontare.
Lo farò nei prossimi giorni.
Questo post è solo per mandare un saluto a tutti i lettori che hanno voluto incontrarmi allo stand, per ringraziarli delle attenzioni ricevute.
Ed è anche la prima occasione per mandare un abbraccio ai disegnatori che con me hanno lavorato come pazzi, per quelle quattro interminabili giornate di fronte al rumorosissimo box delle plasystation 2:
Marco Corona, Elfo, Craig Thompson, Igort, Matt Broersma, Sergio Ponchione, Piero Macola, Paul Karasik, Davide Toffolo.
Il ringaziamento finale, per tutto il lavoro fatto, va (naturalmente) a Simone Romani e tutto lo staff Coconino.
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