aprile 26, 2014

25 Aprile, 31 Agosto

Questo è il testo che ho letto al MixArt di Pisa per la ricorrenza del 25 aprile.
Per chi non è potuto venire, lo metto qua. Dal vivo ho cambiato delle cose al volo, ma in sostanza, è questo qua.


E’ il 25 aprile. 
La guerra finisce. 
Mio padre mi ha raccontato tante cose della guerra ma di questo giorno, del 25 aprile, non mi ha parlato mai. 
Se lo ha fatto, perché forse, chissà, forse lo ha fatto, io non ascoltavo.

Quando mio padre mi parlava della guerra ero un ragazzo e i ragazzi, di solito, non hanno interesse per il passato. 
Del resto, come dargli torto, hanno il futuro con cui giocare a palla. Perché dovrebbero interessarsi del passato. E’ una roba da vecchi. La memoria.

Quindi mio padre forse mi ha raccontato cosa fece il 25 aprile. Forse, non lo so. Se lo ha fatto io non lo ricordo.

Mia madre adesso ha 92 anni. Si è rotta un femore e passa quasi tutto il giorno stesa sul letto. “Quasi” tutto il giorno, perché poi Tatiana, la badante che se ne prende cura come dovrei fare io, la fa alzare e la porta ogni giorno a fare un giro dell’isolato. 
Girano per le villette di Portallucca dove tanto ho giocato da ragazzino, dove Vito un giorno tirò una pallonata che andò a prendersi pieni i fili dell’alta tensione. 
Quei fili, in seguito alla pallonata, oscillarono, si toccarono esplosero in un San Ranieri di scintille e caddero giù, agitandosi come serpenti indispettiti, sputando scosse che potevano mandarci tutti all’altro mondo. 

Avevo dodici anni allora, giocavo a palla con il futuro. E dodici ne aveva Vito che era proprio in mezzo ai due cavi dell’alta tensione mentre ballavano, sospinti in alto e poi di nuovo a terra dagli sbalzi della corrente alternata. 
Memoria. 
Ricordo che Vito stava fermo, in mezzo ai fili, immobilizzato e salvato dalla paura. 
Noi ragazzi, (amici, si dice) eravamo a distanza di sicurezza e ridevamo. 
Nel mio ricordo Vito ha il pallone in mano. Fermo immobile con il pallone in mano in mezzo a quei serpenti elettrici, ma è possibile che sia un ricordo fasullo.
Memoria.

Mio padre era un cacciatore. Aveva alcuni fucili. Spesso andavo a maneggiare quei fucili. I fucili sono armi. C’erano anche le cartucce in giro per casa, senza protezione, di facile accesso,  ma per qualche motivo che non so, per quanto fossi un adolescente incosciente e stupido, non li ho mai caricati. 
Una volta sì, ne ho caricato uno ma non ero più un adolescente allora, ero un giovane uomo molto stupido. 
Lo caricai e lo puntai ad una persona. Questo fanno le armi, in mano agli stupidi.
Però non sparai, altrimenti ora sarei un uomo appena uscito di galera, magari un uomo con qualcosa di interessante da raccontare.
Fucili. Ricordi.
In casa dei miei genitori c’era questa fotografia che ritraeva un serpente morto. Il serpente era inquadrato dall’alto, la testa gli era stata spappolata da un colpo di fucile. 
Ai lati dell’inquadratura si vedevano un paio di sandali con gli occhi. Piedi di bambino. 
Ricordavo bene il momento in cui era stata scattata quella fotografia. Eravamo in montagna, era apparsa una vipera e mio padre le aveva fatto saltare la testa con una fucilata. Aveva sparato a pochi centimetri dai miei piedini con i sandali con gli occhi, salvandomi di fatto, la vita.
Solo di recente ho scoperto che quei piedi, quei sandali, nella fotografia, non sono i miei. 
Sono quelli di mia sorella Cristina. Non ero ancora nato quando quella foto fu scattata. Il mio era un ricordo fasullo, costruito negli anni d’infanzia, guardando quell’immagine, nel cassetto delle fotografie.
Forse volevo solo che mio padre fosse un eroe indiscusso.

Mio padre aveva molte cose da raccontare. 
Anzi, non molte. Una cosa che mi incuriosisce sempre è l’operazione di riduzione dei ricordi che fanno i vecchi. Hanno vissuto ottanta, novantanni, ma quando poi raccontano, automaticamente, credo, riducono i ricordi ad un copione ristretto. 
Mio padre, alla fine, se ci penso, raccontava sempre gli stessi episodi. 
Mia madre, che da quando mio padre non c’è più non ha mai smesso di piangerlo, di lui ricorda sempre gli stessi episodi, o almeno, pronuncia sempre gli stessi episodi. 
Credo che ve ne siano altri, nei suoi pensieri e credo che siano solo suoi. Immagino.

Mia madre non mi ha mai raccontato del 25 aprile. Della liberazione. Per questo io non so niente del 25 aprile. Mio padre non mi ha mai raccontato niente del 25 aprile e non lo ha fatto neanche mia madre. E se lo hanno fatto non stavo ascoltando.

Mia madre e mio padre raccontavano sempre del 31 agosto del 1943, non del 25 aprile del 1945, ma del 31 agosto 1943, quando Pisa venne bombardata. 
Mia madre dice che morirono 5000 persone in cinque minuti. Non so se il dato corrisponda a verità e non mi interessa. 

Quel giorno mia madre era in casa con sua madre, che poi sarebbe divenuta mia nonna, la nonna Cesarina, ed una cugina incinta. Una cugina di La Spezia, incinta. 
Non so come si chiamasse questa cugina. Non l’ho mai domandato. Se mia madre me lo ha detto, e di certo me lo ha detto, l’ho dimenticato. Forse non stavo ascoltando. Forse non stavo ascoltando abbastanza.

E’ il 31 agosto del 1943. E’ agosto e fa caldo e mia madre con sua madre e questa cugina incinta di La Spezia stanno in una casa nella zona della stazione. 
Possiamo immaginare che le finestre siano aperte. E’ agosto. fa caldo.
Mia madre racconta che in quel periodo suonava spesso l’allarme antiaereo ma poi gli aerei non arrivavano mai. Così, come fanno le persone di solito, mentre ai primi allarmi tutti correvano nei rifugi a tremare aspettando le bombe, dopo un po’ al rifugio smisero di andare.

Suona l’allarme, di nuovo. E’ un’abitudine. Una precauzione, grazie del pensiero ma tanto si sa che poi non arriveranno aerei americani a bombardare.

Gli americani, in quel momento della storia sono, i buoni. 
Rimarranno i buoni fino ad oggi, con qualche alto e basso dovuto alla guerra del Vietnam, a qualche colpo di stato nell’America latina, alla guerra a casaccio in irak, la seconda dico, alle stragi ai matrimoni con droni in Afghanistan, alle torture di Abu Graib, a quelle di Guantanamo. Comunque pure i buoni hanno i loro difetti. Il bene puro non esiste si deve prendere quello che passa il convento, e poi ai buoni si perdona tutto. 

In quel momento però gli americani sono proprio buoni, anche perché spesso il bene si definisce paragonandolo a un male, affiancandolo e guardando le differenze e, diciamolo, quando dall’altra parte hai il terzo Reich, essere buoni diventa un’operazione abbastanza facile, naturale, diciamo, a meno di non avere simpatie per Alba Dorata.

Quindi mia madre e la cugina e quella che sarebbe diventata, nel 1963, mia nonna, sono in questa casa calda in zona stazione. 
Gli americani invece sono su nel cielo con i loro B29 o B52 o B qualcos’altro ma mia madre ricorda bene il nome di quei B qualcosa, le Fortezze volanti. Tante volte mi parlerà delle Fortezze volanti. del rumore inconfondibile delle Fortezze volanti.

E’ agosto, fa caldo, la cugina incinta se ne sta là con il suo pancione e ho l’impressione di vedere queste tre donne attraverso una finestra. Immagino una tendina che svolazza alla finestra, è semitrasparente e giallina, questa tendina che svolazza alla finestra. Loro sono lì.

Secondo la teoria dei multiversi in ogni istante della nostra vita, in un universo parallelo, si verifica ogni condizione possibile, quindi immagino che in uno degli infiniti universi paralleli in quel momento, in quella casa, una caffettiera soffi e fischi e annunci il caffè. In quell’universo parallelo le tre donne siedono a un tavolo, parlano del bambino che nascerà, la futura madre sorride e si lamenta del marito pigro.

In quell’universo parallelo l’allarme antiaereo comincia a suonare e si commenta che di nuovo suona questo inutile allarme antiaereo che per fortuna, grazie a Dio, non succederà niente neanche stavolta. Grazie a dio.
Dio, devo dire, con la questione dei multiversi, gli universi paralleli, potrebbe avere qualche difficoltà di collocazione, ma questa è un’altra storia. 
Finisce l’allarme, torna l’afa silente di quel 31 agosto, in quell’universo parallelo. 

In quello che è toccato in sorte a noi, adesso, in questo, arriva un rombo in cielo.
Mia madre dopo tutti questi anni continua a ricordarlo quel rombo e dice: era il rumore inconfondibile delle fortezze volanti.
Nelle pance delle fortezze volanti, dovete pensare, ci sono tonnellate di bombe. 
Quelle bombe, che sono però bombe dei buoni, sono state costruite in fabbriche degli Stati Uniti da tanti operai che a modo loro, hanno servito la causa dei buoni. 
Queste persone, in quel momento, immagino, avranno già dimenticato il momento esatto in cui hanno confezionato una delle bombe che adesso stanno nella pancia della fortezza volante che proprio adesso, in quel 31 agosto, sta volando perpendicolare sulla casa di mia mamma, vicino alla stazione. 

Sono abbastanza sicuro che quelle buone persone, in quel momento, abbiano dimenticato il giorno in cui hanno confezionato quella bomba, apponendo l’ultima vite, l’ultimo ribattino. 
Adesso quella bomba è così lontana. Oltre l’oceano, su una nazione pittoresca, nella pancia di un aereo, vola. 
Si aprono i portelli.
Penso che pure il soldato giovane e giocherellone ben determinato a contribuire alla vittoria del grande paese che gli ha dato i natali abbia dimenticato la frase che con un gesso ha voluto scrivere su quella bomba.
Questa è una cosa che gli uomini fanno. Scrivono messaggi sulle bombe. Roba come: “Ciucciati questa Adolfo!” o “Saluti dal Wisconsin” immagino.
Non c’è nessun Adolfo in quella casa nel quartiere della stazione. Sono tutte donne. Tre donne. Una è incinta. Una è mia madre. Una sarà mia nonna. Vent’anni dopo.

Immagino che vi siano degli Adolfo nei paraggi, dei piccoli bambini Adolfo, di certo ci sono molti Benito. Gli Adolfi sono rari. 
Non so voi ma io non ho mai conosciuto nessuno che si chiami Adolfo. Non credo che sia un caso. E in effetti non ho mai conosciuto neppure nessuno che si chiami Benito, ma credo che questo dipenda dalle frequentazioni che mi sono scelto. Una volta ho conosciuto un cane, un piccolo cane di piccola taglia, tutto nero, che il padrone aveva voluto chiamare Benito. Sono gusti.

Non ci sono Adolfi o Beniti nella casa di mia madre quando le pinze meccaniche che reggono la bomba nella pancia della fortezza volante allentano la presa.

Dov’è mio padre in quel momento? Nella casa sono solo donne. Mio padre è in ponte di mezzo, mi racconta. Mio padre lavora nel negozio di suo padre, quello che sarà mio nonno e che non conobbi mai. Mio nonno si chiamava Alfonso e di lui porto solo traccia nel nome. Mi hanno chiamato Gian Alfonso, per ricordarlo. Memoria del nome. 

Ma non so quasi niente di lui. Anzi sì, so che era un uomo intelligentissimo. 
Così ne parla mia madre. un uomo intransigente, difficile di carattere ma al quale mia madre sapeva tener testa. Perché “era intelligentissima anche lei”, dice mia madre e tra intelligentissimi ci si riconosce al volo e ci si teme.

Intelligentissime sono le bombe, i missili, che partono dai droni dei buoni americani dell’era moderna. Quando in Afganistan, per esempio, cadono su un matrimonio di innocenti, lo fanno per errore. 
Gli intelligentissimi, per quanto molto utili alla società, non sono al riparo dagli errori. Si sa.

Stupide erano invece le bombe del 1943. Stupida è la bomba che con un fischio straccia le poche nubi d’un cielo azzurro di un agosto pisano. Il cielo è azzurro per chi guarda in alto. 
Mio padre in quel momento guarda in alto e il cielo è azzurro con due nubiciattole ininfluenti e quindi vede gli aerei, punti in cielo, vede, sente, diciamo, le bombe cadere. 

Per il puntatore addetto allo sgancio delle bombe sulla fortezza volante invece il cielo semplicemente non è. 
Rannicchiato nella sua posizione, occhio incollato al visore lui vede solo la terra. E quella terra è incroci di strade e linee e un fiume e una riga scura che è la ferrovia, parallelepipedi indistinti sono le fabbriche, gli edifici, la Saint Gobain, la stazione ferroviaria, i suoi obiettivi.
Memoria.

Ricordo ora che nel racconto di mia madre c’è una quarta persona. Perché l’ho dimenticata? E’ così importante. Ho visto una foto. Solo una. C’è solo una foto o almeno io ne ho vista solo una. E’ il padre di mia madre. Quello che sarebbe potuto essere mio nonno. Un altro nonno.

Dai racconti di mia madre so che è un uomo taciturno, che non parla mai e che mia madre lamenta di non essere riuscita a conoscere davvero.
Non so niente di lui. Sembra che nessuno sappia niente di lui, ma credo che sia stato amato, mia nonna Cesarina restò vedova per sempre. Forse non lo dimenticò mai. Forse non era solo taciturno e duro come dice mia madre, doveva avere delle qualità. Ho visto una foto. Abbiamo la stessa fronte.

C’è anche mio nonno in quella casa con le tre donne. Ai fini di un organizzazione estetica dei miei ricordi era stato escluso, ma diciamo che entra in scena adesso, lo vedo attraverso la finestra con la tendina che svolazza. Forse era in una camera a riposare, mio nonno è un ferroviere. Forse l’allarme lo ha svegliato. 
Suona l’allarme e nessuno vuole preoccuparsi perché questo allarme suona da mesi e non succede mai niente ma mio nonno non ci sta. Dice che si deve andare al rifugio. Ma no, questo allarme suona sempre e non succede mai niente e poi fa caldo e la cugina è incinta. Vedo una discussione in quella cucina. 

Mio nonno si impunta, prende la figlia, mia madre, e la porta fuori, verso il rifugio. 
Le altre due donne restano in casa. E non c’è tempo. Arriva il rombo degli aerei, non c’è tempo per andare al rifugio. C’è un ricovero per conigli. Mio nonno infila la giovane figlia, mia madre diciottenne in quel rifugio, in mezzo ai conigli. Vedo le orecchie dei conigli, vedo mia madre accucciata tra i conigli, vedo mio nonno accucciato con mia madre tra i conigli. 
Il cielo è pieno di motori di aereo. 

E poi c’è quella bomba. Ricordate, quella bomba con qualche saluto dal Wisconsin che scende dritta dal cielo? Ci sono altre bombe sorelle che scendono con lei ma in questo ricordo ci concentriamo solo su una. Quella bomba, dall’occhio del puntatore addetto allo sgancio delle bombe scende verticale sulla casa di mia madre. Sulla casa di mio nonno. Sulla casa di mia nonna. Sulla cugina di La Spezia incinta. 
La bomba centra il tetto. Lo buca. E quando lo fa, non so esattamente con quale coordinazione di momenti ma mio nonno se ne avvede, insomma vede una bomba che gli centra la casa, con la moglie dentro. 
La figlia è accanto a lui, in un rifugio per conigli di lamiera e rete di ferro.
Così si alza in piedi mio nonno, lasciando il riparo, per dire due parole. 
Questo mi racconta mia madre. Nonno si alza e dice “la mamma”. Non dice la moglie. Dice la mamma. Altri tempi.
Dice questo. Poi la bomba colpisce la casa, esplode e lancia uno schiaffo d’aria mossa che spazza via il giardino intorno, fino al rifugio per conigli e come una grande mano invisibile e letale spazza via mio nonno. 
Inizia la danza. 
Che figata la guerra. 
Cadono bombe tutto intorno, crollano case, l’aria diventa polvere, timpani stracciati e grida e fuoco. 
Crolla il rifugio per conigli, si attorciglia e fonde, la rete diventa quello che alla fine, almeno per i conigli è sempre stata: una gabbia. 
Mia madre, chiusa, nella gabbia, viene schiacciata da detriti, lamiere, cemento e pietre rilasciate nuovamente dal cielo, strappate dalle case circostanti. Tutto diventa buio.

Mio padre vede le bombe cadere in ponte di mezzo. Ma sono distanti da lui. Quello che lo accoglie quando arriva in corsa, perché questo dice nei suoi racconti, che lui va verso le esplosioni, non si allontana. O forse prima si allontana e poi torna, quando le esplosioni si sono placate e Pisa è una rovina ammantata in una nuvola di polvere. Lui mi racconta di questa polvere, questa nuvola che noi moderni abbiamo potuto vedere, per esempio, credo, in forma similare, nei filmati dell’11 settembre del 2001, in televisione.

Mio padre va verso questa lenta tempesta di polvere che avvolge il ponte e mi dice che da quella polvere, dal fumo, sul ponte, vede spuntare degli uomini con la testa tutta gonfia e nera.

Io sono un bambino la prima volta che ascolto questo racconto. Mio padre in quel momento, nella cucina della nostra bella casa a portallucca probabilmente non lo sa, ma sta formando la mia immaginazione con quel racconto di morte e il fascino che quella memoria avrà sul mio cervello in formazione mi condizionerà forse per sempre, facendomi preferire, da allora, forse per sempre, il racconto delle cose alle cose.

Dice mio padre, che chiamerò S. per comodità di narrazione, dice che dal fumo che in quel momento sta avvolgendo il ponte spuntano degli uomini con la testa tutta gonfia e nera. Quando lo racconta S. mima il movimento di queste persone, perché questi uomini che spuntano dal fumo con la testa tutta gonfia e nera si muovono così. E ondeggia, piano.
Adesso potremmo dire che si muovono come gli zombie dei film di zombie prima che gli zombie dei film di zombie mutassero e diventassero rapidissimi e rabbiosi. Come gli zombie di un tempo, i bei zombi di una volta, che si muovevano piano, ondeggiando, nei supermercati.
Memoria.
Così S. mi dice, mimando, che dal fumo che in quel momento sta invadendo il ponte, spuntano degli uomini con la testa tutta gonfia e nera.
Barcollano e cadono giù.

Uno di questi uomini, mi dice S. cade seduto con la schiena appoggiata a un muretto, forse il muretto era una spalletta dell’Arno, non lo so. 
S. dice, che quest’uomo cade con la schiena appoggiata ad un muretto, un muretto normalissimo ed S. si avvicina e vede che nella testa dell’uomo c’è un buco grande come un pugno e accanto all’uomo seduto per terra con la schiena appoggiata al muretto c’è una roba che S. riconosce essere cervello. Il cervello dell’uomo uscito dal buco che ha nella testa. 
Che figata la guerra.
S. indugia e mi racconta che non si spaventa, si avvicina invece, e vuole aiutare quest’uomo e l’unica cosa che gli viene in mente di fare (S. non è un dottore, lavora con suo padre, mio nonno, in un negozio di ottica in corso Italia non sa niente di cervelli fuori dalla scatola cranica) l’unica cosa che gli viene in mente di fare è di raccogliere questa roba da terra, questi pezzi di cervello e provare a rimetterli al loro posto, attraverso il buco. 
Poi l’uomo con la testa tutta gonfia e nera, finisce la sua vita lì. Con il culo per terra e la schiena appoggiata ad un muretto normalissimo.
Chissà chi era, quell’uomo. Chissà cosa è diventato, in un universo parallelo.
Però, dice S. mio padre, è stato meglio per lui. E’stato meglio che sia morto, visto lo stato in cui era in questo universo.

S. si rialza. Polvere e fumo si stanno diradando e lui si guarda intorno, guarda la città e non la riconosce più. Mi dice che incroci e strade non ci sono più. Sembra azzerata la geografia, i punti cardinali, le direzioni, l’orientamento, è tutto andato a puttane. Non si capisce niente. Dov’è il suo amore, quella che sarà mia madre. E’ nel quartiere della stazione, le stazioni sono obiettivi militari, hanno bombardato la stazione.

S. quindi corre in questa città che non si riconosce più e va verso la casa della sua fidanzata. E la casa, anche quella non c’è più e il suo cuore si spezza in uno spezzarsi di migliaia di cuori tutti nello stesso momento e adesso mi viene da domandarmi se quel rumore, se quello spezzarsi di tanti cuori di tante famiglie tutte nello stesso momento non abbia prodotto un qualche suono, un rumore, un crac tangibile, anche su, nell’alto dei cieli, fino alle orecchie dei buoni che nelle loro fortezze volanti stanno adesso virando, mentre parlano via radio, mentre tornano alla loro casa temporanea, alla base di partenza, nel nord Africa, contenti che sia andato tutto bene. Obiettivo centrato, si torna a casa.

La teoria dei multiversi dice che tutto succede in ogni istante in ogni possibile combinazione di eventi, all’infinito. Quindi in un altro universo parallelo, la bomba sulla casa di mia madre non cadde mai. In un altro cadde e miracolosamente non esplose, in un altro ancora esplose uccidendo tutti, in quel multiverso io non esisto, voi non siete qui ad ascoltare questo racconto.

Eppure, mi viene da pensare ora, non c’è bisogno di scomodare la teoria dei multiversi per immaginare che, a volte, nello stesso universo possano convivere realtà differenti e distanti. Gli avieri dello stormo di bombardieri tornano verso la loro base in nord Africa. Non hanno avuto resistenze. Minima contraerea, nessun caccia Messerschmidt tedesco o goffi intercettori Caproni gli hanno cagato il cazzo. Tutto bene. E’ andato tutto bene. Si torna a casa. Un altra vita. 

Mentre S. trova la casa della fidanzata crollata e pensa: è morta. Nella confusione, nelle grida, si sono soldati tedeschi che scavano e aiutano i pisani a estrarre feriti e morti dalle macerie, con una naturale priorità per i feriti e buona pace per i morti.
C’è un soldatino tedesco. Così viene chiamato nei racconti di famiglia. Un soldatino tedesco scava e trova mia madre. E mio padre arriva in quel momento e insieme al soldatino tedesco scava pure lui e mia madre è viva. Non ha niente, solo un graffio ad un gomito, il gomito, sul braccio, le è rimasto fuori dal gabbione dei conigli e si è graffiato.
La casa invece non c’è più.
Chissà chi era quel soldatino tedesco.

E allora si corre a quel che resta della casa e si trova la nonna, che è ferita, ma è viva. In un universo parallelo, nonostante l’esplosione, è viva anche la cugina di La Spezia e non ha neppure perduto il bambino, è andato tutto bene. La casa si ricostruirà, nascerà un figlio che crescerà, darà grandissime soddisfazioni e addirittura, una volta cresciuto, si farà dottore e pensate un po’ sarà proprio lui a guadagnarsi quel gran premio per la medicina,  per quella incredibile scoperta meravigliosa per la cura dei tumori.

In questo universo, in quello dove io leggo e voi ascoltate, la cugina di La Spezia è morta.
In questo universo il padre di mia madre non si trova più L’ultima volta che questo universo lo ha visto si stava alzando in piedi e diceva “la mamma”. Ora non c’è più. Non si trova più . 
Lo spostamento d’aria lo ha portato via. Come una foglia.

Mio padre ha una sorella forte, si chiama Alfonsa, in questo universo ha figliato quelli che sono i miei cugini e pure loro sono forti e belli e negli anni, poi hanno figliato anche loro e, indovinate un po’, hanno avuto figli altrettanto belli e forti.
La sorella di mio padre si chiama Alfonsa ed è con lei, che è forte d’animo e non ha paura di niente che mia madre comincia a cercare il padre rapito dallo spostamento d’aria.

Mia madre mi racconta che a sera, infine, si trovarono a cercarlo tra i morti. C’erano questi corpi stesi, non mi ha mai detto dove o se lo ha detto, non sono stato attento, c’erano questi corpi stesi a terra coperti con dei lenzuoli e mia zia Alfonsa andava sollevare i lenzuoli per vedere se trovava mio nonno, il padre di mia madre. Mia madre mi dice che questa cosa del sollevare le lenzuola, la faceva la zia Alfonsa, che è una donna forte, perché lei, mia madre non ce la faceva. Non ce lafaceva a sollevare un lenzuolo.

Mio nonno non stava là. 
Finiti i lenzuoli, c’erano solo cari di altri. Altre lacrime, ma non quelle di mia madre. Mio nonno venne trovato in un ospedale. Qualcuno lo aveva trovato e lo aveva portato là.
Mia madre dice che non aveva niente, sembrava intatto. Non aveva niente fuori, ma lo spostamento d’aria lo aveva fracassato dentro. Questo fanno le bombe, anche quando non ti colpiscono personalmente. 
Non so quanti giorni dopo morì. Mia madre di sicuro me lo ha detto ma devo averlo dimenticato. 
Memoria.
Comunque nonno, morì.

Una volta portai mia madre a mangiare in un ristorantino a dieci euro dove vanno quelli che lavorano alla Saint Gobain e che  mangiano alla svelta, pagano dieci euro e se ne tornano al lavoro. Lei si mise a raccontarmi di quel 31 agosto. 
Mia madre non mi ha mai raccontato niente del 25 aprile. Mi ha sempre raccontato del 31 agosto. 
Ora io sono qui ed ho la netta sensazione di essere venuto nel giorno sbagliato.

Era la millesima volta che mi raccontava del bombardamento ed era la prima volta che io le rispondevo con una domanda. Volli chiederle come si era sentita dopo. Insomma, tu sei a casa, immaginate, siete a casa vostra, con qualche parente, caffè sul fuoco, agosto, aria calda che entra dalla finestra, tendina che svolazza, chiacchiere, progetti, mal di testa, magari, non lo so. Siete lì che fate quella cosa che facciamo sempre, tutti, anche quando non ce ne rendiamo conto, siete lì e state vivendo. E poi, dal cielo, altre persone, in tutto e per tutto identiche a voi, appartenenti allo stesso multiverso, con le stesse gambe, le stesse braccia, la stessa faccia, vi lasciano cadere una bomba sulla casa. 
Come ti senti dopo?

Una volta mia madre mi disse che non si aspettava che la casa sarebbe stata bombardata. Eppure c’era la seconda guerra mondiale. Non era nei libri, era intorno a lei. 
C’era quel cazzone intronato con i baffetti che aveva deciso di dominare l’europa e sterminare ebrei, zingari, omosessuali, ogni tipo di dissidente, insomma c’era la seconda guerra mondiale eppure lei non si aspettava che le bombardassero la casa. 
Ora dico io, va bene pensare sempre di essere speciali, ma bisogna essere stupidi per, come dice lei, stupirsi che una bomba a un certo punto ti centri la casa.
Ricordo che quando mia madre mi parlò del suo stupore pensai questo. Che fosse stupida. Poi, detti un morso a un pezzo di schiacciata, la guardai, spaesata e vecchia tra gli operai, e mi fermai e pensai che avesse ragione. Che era giusto il suo stupore. Come può un’ altra persona, identica a te in tutto e per tutto, tirarti una bomba sulla casa?

Leggendo storie della guerra dei balcani ho trovato testimonianze di persone che riportano lo stesso stupore. Da un giorno all’altro una guerra tra vicini di casa. Com’era possibile? 
Quel giorno, al ristorantino a dieci euro le chiesi come si era sentita dopo che la bomba aveva centrato la casa, uccidendo suo padre, la cugina e il bambino che portava in pancia, ferendo gravemente sua madre?
Lei mi rispose che aveva, da allora, cominciato a odiare tutto e tutti.

Mi disse anche che poi mio padre, il suo fidanzato di allora, la portò nella sua casa, con tutti i suoi fratelli e i suoi cugini e che quella casa era una casa allegra, dove le persone scherzavano sempre e sembravano non abbattersi mai, neppure in quei momenti, e c’erano un sacco di sorrisi e di affetto. 
Mi disse che quella casa, quelle persone con la loro allegria, nonostante tutto, le fecero ritrovare un po’ di pace. 
Che figata la pace.

Mia madre ha amato mio padre fino ad ora. Almeno, fin quando l’ho sentita, mezzora fa. Lo ha amato per sempre, credo si dica così.

Non ho mai saputo cosa hanno fatto il 25 aprile. Credo che non lo abbiano mai raccontato perché erano cazzi loro. Uno di quei ricordi che sono sicuro mia madre si porti nel cuore o in qualche posto della memoria alla quale noi figli non abbiamo accesso. Ma così, ad occhio, a pensarci adesso, secondo me, hanno festeggiato.




aprile 25, 2014

Il Landucci e il M5s alle europee


Pomeriggio standard di ragazzini. Bicicletta, nel caso mio fieramente da cross, presa al Camp Darby, la base militare americana, a Tirrenia. Presa grazie al padre di Steven, il mio amico americano, figlio di un pastore militare. Grazie a lui ai piedi ho le prime All Star alte di tutta Pisa. Cazzo, me ne vanterò per sempre. E non parlerò del primo skateboard. 
Steven, il mio amico l’americano, è in quel momento, l’apice della modernità nel mio quartiere. Io gli sto accanto e godo di riflesso con oggetti, parole, modi di dire. 
I giorni in cui lui comincerà a chiamarmi Ureccia, per via delle orecchie a sventola ed io “La bodda” per il suo sovrappeso, sono ancora lontani. 
In quel momento siamo molto amici. 
Abbiamo dodici anni. 
Pomeriggio standard di ragazzini. C’è sicuramente Alberto. Forse Vito, che in quel momento è il più basso di tutti e con gli anni diventerà forse il più alto, specializzandosi come medico che fa nascere bambini alle coppie che hanno difficoltà nel concepire.

Nella mia memoria siamo nelle vicinanze del passaggio a livello che divide il quartiere di Portallucca da quello de “I passi”. Portallucca è il quartiere dei benestanti, “I Passi” quello dei malestanti, e come un prodromo di quel che sempre più assomiglierà alla società moderna, sono divisi da una ferrovia. Ricchi da una parte, poveri dall’altra. 
Su questa ferrovia ci sono passaggi a livello con tempi lentissimi. Cominciano a mandare suoni di campanella con dieci minuti di anticipo. Si formano code di auto. Solo uno di questi passaggi a livello è di ultima generazione e rapidissimo. E’ qui che siamo, nel mio ricordo. Lo ammiriamo, domandandoci se esistano dei sensori sui binari che si attivano al passaggio del treno. 
Un minuto prima che arrivi il convoglio le sbarre si chiudono. Dieci secondi dopo che è passato, si riaprono. Ammiriamo la modernità, sulle nostre biciclette, un piede a terra, l’altro sul pedale, ingobbiti sui manubri pronti allo scatto.

E poi qualcuno di vedetta, come un suricato di città, lancia l’allarme. “Il Landucci!”, grida.
Il Landucci è un vecchio. Di lui niente si sa. Solo che passa, a volte, sulla via del passaggio a livello con una vecchia bici da uomo con freni a bacchetta. Una bici vecchia, che in quel momento non ha ancora il fascino del vintage. Il Landucci è un vecchio, su una bici da vecchio, con una borsa di cuoio messa a canna della bici. Una borsa vecchia e schifosa, come lui. 
Non sappiamo che mestiere fa, non sappiamo perché pedali tutto curvo in quel modo, se le sue notti e i suoi risvegli sono accompagnati dagli scricchiolii del mal di schiena, non sappiamo se ha figli, una moglie, se ne ha avuta una, se l’ha perduta, se ha pianto, se è rimasto solo. Che lavoro fece il Landucci? Fu impiegato? Costruttore, operaio, commerciante? Non sappiamo niente di lui.
Quello che sappiamo invece è che ogni volta che arriva, con la sua andatura dondolante, sulla vecchia bicicletta, qualcuno lancia l’allarme e noi, tutti noi ragazzini, veniamo presi da una furia irrefrenabile. 
Il Landucci non può attraversare illeso la nostra zona. Questo non è ammissibile. Perché è vecchio e forse malato ed è, a pensarci adesso, forse, un futuro possibile che nessuno di noi vuole vedere.
Non sappiamo niente del Landucci ma la sua semplice esistenza ci disturba. Se al mondo non esistessero Landucci, vecchi claudicanti con biciclette arrugginite noi potremmo immaginare di restare adolescenti per sempre, potremmo ignorare i processi che portano il ferro immarcescibile e immortale ad ossidarsi, sgretolarsi e svanire addirittura, nei decenni.
Il Landucci è la negazione vivente della nostra illusione di immortalità. 
Questo penso ora, non lo pensavo allora, è chiaro. Ero un ragazzino su una bici da cross gialla e le prime All Star alte ai piedi. 

Quando vediamo il Landucci scendiamo dalle bici. Cerchiamo dei sassi. Gli tiriamo i sassi urlandogli contro.
Ricordo che non lanciamo offese. Solo sassi e il nome. Gridiamo “Landucci!” e via sassate, come se in quel nome fosse contenuto tutto, un pacchetto completo di vecchiaia, malattia, debolezza, tempo perduto, tutto insieme. Una cosa che odiamo. 
“Landucci!” e sassate.

Non esiste, penso ora, una parola che il Landucci potrebbe pronunciare per fermarci. Non esiste un gesto. Potrebbe fermarsi, scendere, o scappare, non cambierebbe niente nella nostra percezione. Potrebbe avvicinarsi, parlarci, spiegarci, raccontarci tutto di se. Non lo perdoneremmo comunque.
Landucci! gridiamo. E sassate.

Me lo ricordo bestemmiare, imprecare contro il mondo nuovo che è costretto ad abitare. Un mondo diverso da quello in cui è cresciuto, un mondo in cui non c’è rispetto o comprensione per i vecchi, i deboli, i malati. Un mondo che ha modi e gusti incomprensibili. Questo è il mondo in cui, povero Landucci, gli è toccato di invecchiare. Maledetto il mondo.
Maledetto il mondo e maledetti noi. Ci maledice mentre pedala. Si incurva ancora di più sul manubrio della bicicletta per evitare i sassi e ci maledice, cercando di raggiungere un punto ics dove ci stancheremo di perseguitarlo. Una zona sicura.

Mai. Mai avrei immaginato, allora, che sarebbe arrivato il giorno in cui sarei finito dall’altra parte della specie umana. Saremmo stai giovani per sempre, io e i miei amici, non perché lo desiderassimo ma perché ci era sconosciuto il pensiero stesso dell’età, del tempo che passa. Eravamo energia pura, un energia azzurra, immortale, fatta della stessa materia del vento e delle onde di Marina. Non c’erano pensieri proiettati in avanti nel tempo, eravamo presente fatto carne. Comunque assolutamente, inevitabilmente vincenti. Nessuno di noi era malato gravemente, non c’erano dolori del risveglio, circolazioni sanguigne difettose, problemi con gli zuccheri, melanconie immotivate. Eravamo azione pura. Convinzione pura.

Ho scritto queste parole dopo aver visto il video dell’inno del M5s per le elezioni europee. Me ne vergogno, perché altre motivazioni si dovrebbero avere per scrivere cose che altre persone, fossero solo due, forse leggeranno.
Ma è andata così. Voglio raccontarvelo: Nel video si vedono tante persone che sbattono i pugni sul tavolo. C’è una canzone che accompagna questi pugni. Un montaggio fatto con spezzoni inviati dai vari sostenitori e simpatizzanti in giro per l’italia. Nel sottopancia del video ci sono impressi i luoghi di provenienza. Livorno: pugni sul tavolo. Cosenza: pugni sul tavolo. Roma: Pugni sul tavolo. Singoli, coppie, famiglie.
E’ un montaggio, un videoclip su una canzone che parla del bene e del male. Quelli che hanno fatto il video rappresentano il bene e la voce cantante sottolinea, nel ritornello: 

E sbatterò i miei pugni su quel tavolo
e urlerò tutta la rabbia che c'è in me
E lotterò con le mie forze contro il diavolo
del dio denaro che ha corrotto le anime”

Il diavolo. Le anime. Quando ho visto il video ho subito avuto un moto di fastidio. Tutti i pugni sul tavolo dovevano stare a tempo con il rullante della batteria, era chiaro l’intento, ma non ce n’era neppure uno che ci stesse giusto. 
Visto che mi diletto di montaggio e sono un precisino, mi sono subito girate le palle per questo.
Non ci vuole davvero niente a fare un montaggio mettendo i pugni sul tavolo a tempo con la musica. E poi, insomma, non si era deciso che le cose fatte bene sono meglio di quelle fatte male?
No. Fatto bene e fatto male sono diventate condizioni soggettive.
Poi mi sono girate le palle per la questione del Diavolo e delle anime perché continuo a coltivare il sogno di una società laica basata sulla razionalità dove il Diavolo e l’anima possono tranquillamente togliersi dai coglioni.
E poi mi sono girate le palle per la somiglianza degli atteggiamenti con i famigerati spot di Italia 1, dove spettatori anonimi, gente comune, si prodigava nell’inventare modi per pronunciare quelle due parole: “Italia Uno!” appunto, nel modo più singolare e curioso possibile.
Nel video accadeva la stessa cosa. Qualcuno muoveva le labbra, timidamente, sul testo della canzone. Una ragazza ballava come una ballerina di tv, altri facevano facce buffe o espressioni accigliate. E poi via, al momento sbagliato, anche se di poco, sempre sbagliato, a sbattere i pugni sul tavolo.
Quasi nessuno sbatteva i pugni con sincera energia. Appoggiavano i pugni sul tavolo, fieri e fuoritempo.

Avendo il vizio di Facebook ho voluto postarlo subito e mi sono messo a spremermi le meningi per trovare una battuta acuta e ficcante. Non me n’è venuta nessuna.
Ho passato minuti a pensare. Che spreco di tempo.
Ho avuto anche paura perché, al di là della bassa qualità del video, delle note, della voce cantante, delle mossette dei partecipanti, percepivo un odore di vittoria imminente.
Il famoso profumo di vittoria. Immagino.

I simpatizzanti del M5s tra gli altri modi di dire più diffusi, usano lo slogan “Vinciamo noi”. Credo che ci sia un punto esclamativo al termine dell’enunciato. “Vinciamo noi!”. 
In quel momento, vedendo il video, ho pensato che sì, era vero. Avrebbero vinto loro, qualsiasi cosa questo significasse.
Ho sbagliato il verbo, non avrebbero, avevano vinto loro. Avevano vinto perché erano perfettamente assolutamente contemporanei, fatti di una pasta e dotati di un gusto che mi risulta incomprensibile e forse per questo tanto mi disturba. 
Provai sensazioni simili nel 1994, quando Silvio Berlusconi vinse le elezioni ed io vidi, per la prima volta, i suoi sostenitori in Tv, persone tanto diverse da quelle che avevo in uso di frequentare. Persone con modalità di pensiero e gusti, che non riuscivo a comprendere e che, di conseguenza, disprezzavo.
Ho disprezzato, allo stesso modo, ognuna di quelle belle facce di persone di buona volontà che sono apparse nel video. Tutti quanti, anche i bambini. Ho detestato le capigliature, le basette e le barbe ricamate, gli aspetti curati, quelli trasandati, tutto quanto. Anche gli arredamenti sullo sfondo e le luci giallastre.
Ed è stato allora che sono diventato il Landucci. Mi sono sentito vecchio, in un mondo che genera atteggiamenti e modi che non capisco e che disprezzo.
Ho sentito le pietre future volarmi a pochi centimetri dalla testa. Quelle pietre erano gusti e modi che non comprenderò mai.
Il futuro prospettatomi dai movimenti, dalle espressioni delle persone presenti in quel video, mi faceva paura. Li ho immaginati al potere.
Ho preso la bicicletta allora e ho cominciato a pedalare per andare da un’altra parte. Una zona sicura.
Ho avuto l’impressione di sentire delle voci: Il Landucci! Dagli al Landucci!.
Io sono il Landucci. 

Così imparo.

gennaio 20, 2014

Ricerca di base

Nuova storia: "Ricerca di base". 
L'amore come esperimento scientifico.
Anteprima dal primo capitolo. 






gennaio 04, 2014

Le due cose che so sul cancro

Devo dire che sono molto fortunato. Quattro volte mi hanno spedito a fare esami per sapere se ci avevo un cancro e mai lo avevo. Una volta alla vescica, due volte al cervello, una volta al fegato.
Mai lo avevo.
Il cancro è venuto, invece, a mia sorella Annalisa.
Quindi del cancro adesso so due cose: quanto fa paura temere di averne uno e quanto fa più paura quando invece si ammala una persona a te cara.

Poi mia sorella è guarita ma noi riscopriamo ogni volta la nostra vicinanza quando qualcuno (sui social sopratutto, perché dal vivo le labbrate partono prima) fa un pippone sulle cure alternative o i "motivi" per cui ci si ammala di cancro.

Oggi mia sorella, sulla questione ha scritto una cosa che trovo molto bella.
La metto qui sotto. Esperienza, parole e titolo sono sue.

Perchè ogni spesso sarei propensa agli insulti

Annalisa Pacinotti
Premessa: io il cancro me lo sono meritato tutto.
Ho mangiato salumi e burro e bevuto aperitivi e tirato mattina in locali fumosi . Ho anche abusato di qualche droga ed amato  la musica rock. Ho raccontato un sacco di bugie , detto parolacce , mi sono tinta i capelli di mille colori e ho fatto forca a scuola. Ho anche preso l’oki quando mi veniva il mal di testa e non mi è mai piaciuta la minestra di verdura
Perciò tranquilli, non parlo per me. Io il cancro me lo son meritato tutto. E forse avete ragione voi, la mia esistenza non vale quella di tutti quei topini che sono stati uccisi per trovare la cura giusta che m’ha consentito d’aver salva la vita.
Tra l’altro confesso, a me i topi fanno proprio schifo e non li uccido solo perché da morti mi fanno ancor più ribrezzo che da vivi, ma se esistesse una sorta di veleno che li dissolvesse quando mi entrano in casa,senza che rimanesse in giro il loro cadaverino peloso e puzzolente, non esiterei ad usarlo.
Per cui ripeto, io il cancro me lo sono meritato, soprattutto se lassù nel cielo, a giudicare chi ha diritto a vivere sano e chi no , c’è il Grande Ratto Vendicativo.
Ecco, non sto parlando di me, ma di tutte le altre persone che ho incontrato nel reparto di oncologia quando seduta in poltrona giocavo a far finta di essere dal parrucchiere e invece mi sottoponevo alle due ore di chemioterapia che m’han fatto salva la vita.
C’erano persone d’ogni tipo ed età. Tranne i bambini, quelli affrontavano il loro percorso , e chissà di quali colpe s’erano macchiati i bimbi per meritare la malattia?, in un altro reparto.
Ho incontrato anziane signore, quelle che non ci piacciono, dall’aria stizzita e il collettino di pelliccia ( ecco, forse la causa del cancro stava in quel visoncino spelato che ornava i loro colli,) e vecchie contadine delle nostre piatte campagne con una vita rigorosa e sana alle spalle che  mi insegnavano a fare la torta di mele ( ma forse Dio è una Mela Renetta ed era per quelle torte che sedevano  vicino a me con l’ago infilato nel braccio)
Mi dispiace darvi una delusione ma c’erano anche alcune donne giovani, vegetariane, magre, che mai avevano bevuto una coca cola e ancor meno ingurgitato una salsiccia, e ancora con lo stupore negli occhi si interrogavano e dicevano “Perché proprio a me?”
Ecco, io il cancro me lo sono meritato tutto, ma loro no. E allora poniamoci un dubbio.
Forse la morte capita, così come la malattia, e se è vero che alcune situazioni ne favoriscono l’insorgere è troppo riduttivo ( e stupido e anche crudele) continuare a scrivere frasi come “ per non farsi venire il cancro basta cambiare stile di vita,” o peggio ancora  “ mi rifiuto di sacrificare la vita di quei poveri animali per curare qualcuno che non merita di vivere”.
Una volta ho fatto la Salerno Reggio Calabria  a una velocità, folle, su una macchina vecchia e insicura guidata da un pazzo che si nutriva a birre. Ero giovane, incosciente  e terrorizzata. Ne sono uscita viva, forse perché la morte capita  per caso e il Grande Ratto che sta nei cieli  ce la distribuisce così, senza guardare al merito.

gennaio 03, 2014

Tornando a casa oggi, ho visto un gatto morto.

Stavo tornando da Livorno, avevo deciso di passare da Tirrenia, dal lungomare. Mi piace il lungomare in inverno. Non ci sono auto. Le case delle vacanze sono vuote. I pini verdi comunque.
La Volkswagen Golf era ferma sul lato opposto della carreggiata.
Orientata in senso opposto al mio.
Era finita fuori dalla strada, vicino ad una panchina, le ruote anteriori su un aiuola, il muso contro lo spigolo di una cabina telefonica SIP.
Ricordo di aver pensato a quella cabina telefonica e di aver immaginato lo spavento che avrebbe potuto avere una persona, qualcuno, se si fosse trovato all’interno, a telefonare, al momento dell’impatto.
Una ragazza con una minigonna corta e delle scarpe a zeppa, i capelli biondi, lunghi in due blocchi ondulati che dal collo scendevano sul petto, una canottiera colorata, credo a fiori, stava in piedi, si mordeva le unghie di una mano. Mi sono chiesto come facesse a non avere freddo. 
Lo sguardo era fisso davanti a se.
Quello sguardo guardava a terra, qualche metro più avanti rispetto alla posizione degli occhi, dei piedi.

La ruota anteriore sinistra della Golf veniva intanto presa a calci da un giovane alto, muscoloso, tatuato ad ago e BIC, abbronzato.
Capelli neri a boccoli di provincia di galera scendevano sul viso e le spalle. I capelli ondeggiavano quando prendeva il movimento utile al calcio, il piede impattava sull’auto, lui caricava di nuovo, imprecava, i capelli si muovevano.
Aveva una maglia a maniche corte. Mi sono chiesto come facesse a non avere freddo.

Il sottile piacere dei fragili quando vedono i forti in difficoltà: Quel bel coglione muscoloso, era evidente, aveva tentato un’inversione a U calcolando male il raggio di sterzata. Probabilmente, sicuramente per impressionare la ragazza a moda anni settanta che lo accompagnava, aveva accelerato troppo e probabilmente le gomme avevano fatto un grido sull’asfalto e il volante una reazione inversa, una ribellione all’arco di virata, probabilmente era sfuggito di mano quel volante ed ecco la cabina telefonica. La panchina che si avvicina. Le ruote che sobbalzano caricandosi sull’aiuola. Ancora, sicuramente era pieno di una qualche droga altrimenti, veramente, non si spiegava come potesse stare sbracciato e non avere freddo.
Ti sta bene. Coglione. Sta bene a te, alla stronzetta che ti si accompagna dopo averti scelto in quanto super maschio di quartiere, sta bene alla tua Golf del cazzo. Te lo dice uno secco, senza ragazza, che sta guidando una R4.

Il ragazzo non smetteva di tirare calci ed io avevo tutto il tempo per guardare e pontificare sulle nostre differenze perché per qualche motivo il traffico avanzava a rilento. Anzi, se non avessi avuto quella coppia da osservare, lo sguardo nel nulla della donna, il disappunto dell’uomo capellone, probabilmente sarei stato intento a bestemmiare per questa coda fuori stagione.
Alterato, sicuramente, da qualche droga allucinogena, avevo concluso, doveva essere il ragazzo. Ripeteva gli stessi movimenti, sempre uguali, come se quei calci alla fiancata della macchina avessero potuto riportare il tempo addietro, ad un secondo prima della decisione di fare l’inversione accelerando, salvando il muso della Golf, la giornata, la chiavata che probabilmente meditava di attuare, nella via della pineta.
Conosco quella condizione, chi non la conosce? Quando fai una cazzata e vorresti solo tornare ad un minuto prima di farla. Ad un secondo prima. Un secondo prima. Un secondo sarebbe sufficiente.
Intanto però stavo godendo della sventura di questo essere fisicamente superiore. Povero scemo.

Perché la fila di auto non si muove?
Guardo avanti e finalmente sposto gli occhi dalla panchina, dalla Golf arenata e scorro verso il centro della strada. Ora si muove la fila. Una fila che non è una fila. Ci sono solo due auto davanti alla mia. Non è una fila. Non si chiama fila. Sono solo due auto. Due auto ferme senza motivo per tutto questo tempo e che adesso con una scossa timida, stanno ricominciando a muoversi. 
Scompare dal campo visivo la coppia della Golf. Vedo una scarpina.
L’asfalto ha la caratteristica di diventare del colore del cielo. L’asfalto usurato, quello non granulare almeno, si fa specchio spesso, dipende dalla luce dalla condizione del clima ma spesso si fa specchio. L’asfalto non è grigio come nei disegni dei bambini, assume il colore della luce che lo avvolge.

C’è questa scarpina sull’asfalto e l’asfalto è in effetti del colore del cielo. Potrebbe essere un cielo sdraiato sulla strada.
In questo cielo riflesso c’è una scarpina da bambino. L’auto avanza a passo d’uomo, il mio piede sta in una All Star alta bianca e spinge piano l’acceleratore. Le mani sul volante. Una seconda scarpina entra nello spazio di visione. 
A quel punto la testa si volta, la mia testa si volta, si volta da sola, come se dovesse esaudire un desiderio suo mentre l’auto avanza. La testa si volta e ruota per cercare ancora con la vista il ragazzo e la Golf.
Gli occhi vogliono guardarli ancora.
La mia auto si muove a passo d’uomo, la panchina, la cabina telefonica e la Golf, sono ancora vicine e posso vedere il giovane muscoloso che ancora tira calci alla macchina. La ragazza invece ha le mani, entrambe adesso, affondate nei capelli biondi. 
La testa volta ancora. Torna alla posizione frontale: c’è un passeggino a terra, steso su un fianco, ci sono parti che si sono staccate e sono sparse in giro. Una ruota, un bracciolo, un pezzo di cuscino sono sull’asfalto chiaro.
Guardo a destra. Un palo della luce, un cancello con siepe, l'uscita di una casa, il marciapiede, segni di sgommata. Ci sono i segni di una sgommata sul marciapiede, come di qualcuno che avesse frenato di botto o avesse messo in atto un’accelerazione repentina proprio in quel punto. 
Ma, mi domando: sul marciapiede? 
Il primo bambino appare sul lato destro. 
La reazione della testa e del collo, è quella di guardare dall’altra parte. Di nuovo, quindi, a sinistra.
Ma nella luce del finestrino stanno un altro bambino e una donna. Una seconda donna. Scarpe. La seconda donna nella mia testa, viste le forme, stesa, sulla strada, diventa una nonna.
I bambini sono inequivocabilmente bambini.
Uno spera bambolotti.
Non sono bambolotti.
Sono bambini. 
Il ragazzo ha smesso di tirare colpi alla carrozzeria. Le ginocchia della ragazza con i capelli biondi si sono flesse. Adesso è accucciata e il viso, appunto, è sparito tra i capelli, sotto le mani.
Non c’è polizia. Non c’è ambulanza. C’è poco sangue ancora. Deve essere appena successo. Ci sono solo due auto davanti alla mia con altri automobilisti che, come me, stanno scoprendo adesso la scena.
Evidentemente il ragazzo con la Golf ha investito una famiglia. Nessuno dei quattro sulla strada si muove più. C’è una borsa adesso, lato sinistro. Il contenuto è sparso. Un giocattolo, roba da spiaggia invernale, ancora lato sinistro.
Sto scorrendo con l’auto, perché non posso fermarmi nel mezzo allo scempio e i bambini sono a fianco del finestrino aperto ed è come essere in mare su una barca che avanza per inerzia e non può essere fermata e ci sono annegati tutto intorno e niente che puoi fare. Solo avanzare per fermarsi dopo, per non intralciare, provare a portare aiuto forse, anche se l’immagine dell’immobilità della morte pare così chiara adesso.
Nessuno vive qui. Solo gli automobilisti di passaggio. 
Solo i due ragazzi alla panchina.
Lui lo riconosco ora.
L’ho visto qualche settimana prima. C’era una rissa fuori da una discoteca, una decina di chilometri fuori città. C’era questa bestia gonfia di mescalina o altre droghe di queste che ti fanno le ossa di gomma dura, che tolgono ogni dolore e paura. Si stava battendo nel parcheggio della discoteca praticamente con tutti. Arrivavano ragazzi che provavano a stenderlo, a dargli calci, pugni, uno con un tavolino. Il ragazzo con i capelli neri e il metabolismo tanto alterato stava in posizione da pugile, non perdeva la calma, Testa incassata nelle spalle, piede sinistro con tallone alzato, mirava, colpiva, prendeva pugni pure ma non andava giù. Qualcuno aveva strappato un divieto di sosta e si avvicinava con quello.
Improvvisamente penso al padre dei bambini, al marito della donna. Probabilmente non sa ancora niente. Penso questo.
Arriva la prima ambulanza, la prima auto della polizia. Sono un curioso non servo a niente e non voglio essere qui quando il marito arriverà. Quelle urla, egoisticamente, non le voglio sentire. E poi non servo a niente. Nessuna delle persone che si sono fermate serve a niente. Ci sono addetti preposti, coraggiosi che affrontano scene come queste come si fa con un mestiere. Stanno scendendo dai mezzi, alla luce delle sirene.

Non ho mai saputo con precisione come sono andate le cose. Voci di conoscenti parlarono allora di stato alterato del ragazzo, una corsa sul marciapiede. Altri raccontano che li abbia mirati, sgommato per prendere velocità, in acido, magari scambiandoli per mostri Aniba da eliminare.
Sicuramente, tentando di scappare, nell’inversione a U era finito contro una cabina telefonica.
Per fortuna non c’era nessuno dentro, a telefonare.
I due bambini, la madre e la nonna erano morti.
Qualcuno mi ha raccontato che il ragazzo, anni dopo, è morto anche lui, in carcere, per le conseguenze di una malattia contratta tanto tempo prima. Non so se sia vero. Non so come controllare.
Perché questa è una cosa che è accaduta nel millenovecentottantotto.

Ecco.
Sono passati venticinque anni da quel giorno sul lungomare.
Non sono riuscito a dimenticare niente.
Tornando a casa, oggi, ho visto un gatto morto. 

Niente.

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Nota: Dopo avere scritto questo testo ho cercato la notizia sul web. Ho trovato un articolo di Repubblica di allora. I morti erano 5. Anche il nonno era là. Ma non lo vidi.


luglio 23, 2013

Meri dorme Luglio

Ho dimenticato questo blog come ho dimenticato, negli ultimi anni, di fare esercizio di disegno dal vero. E fare esercizio di disegno dal vero è tutto. E' la cura per la boria, per ogni convinzione o superbia. Fare disegno dal vero ti rimette al posto, minuto, dove si deve stare, che la realtà ti fa il culo sempre e comunque.

Questa è Meri che dorme. Luglio.

giugno 13, 2012

Smettere di fumare fumando


Le cose sono andate così: mi ritrovavo verso le due del pomeriggio con il primo pacchetto di Camel Blu, comprato la mattina alle sette, raggomitolato nel posacenere.
Quindi uscivo, andavo a pranzo stando attento a portarmi cinque euro di carta per la macchinetta.
Dopo mangiato compravo il secondo. Tutti i giorni, al distributore automatico, un rito. La tessera sanitaria, i cinque euro nella fessura pigra e poi inginocchiati! In ginocchio a sentire il rumore del pacchetto che finiva nel cassetto del distributore. La mano quasi morsa nella bocca della verità.
Poi  rialzarsi con le ginocchia a sussurrarmi storie di vecchiaia incombente, strappare il filo sottile trasparente oro e sigaretta. Fiamma.
La prima cicca del secondo pacchetto.
Quel secondo pacchetto, alla mezzanotte, si raggomitolava pure lui, nel cestino della carta.
Quaranta sigarette al giorno.
Questo fumavo. Sulla pelle e nei nervi e nei testicoli ne portavo tutto il peso.
Volevo forse smettere io?
No.
Le cose sono andate così: volevo raccontare una storia. Mi sembrava di non avere più idee, nessuna, da tempo immemorabile. Mi sarei fermato, acchetato in poltrona, cul sul cuscino ad accarezzare il capo dolce dai capelli fini nuovi di mio figlio, se ne avessi avuto uno. Sarei stato là, a guardarlo crescere e imparare andar per la strada sua, stando in disparte, che il tempo mio era fatto. Questo, se avessi avuto un figlio avrei potuto fare. Ma non ne avevo. Avevo solo le storie e la gioia che quel vento, quando tira, mi da.
Volevo una storia ma mi trovavo con il cervello impigrito, digiuno di sacrifici necessari per l'ispirazione. Allora ne ho inventato uno. Ho detto: ideona! Smetto di fumare e filmo tutto quello che succede nel farlo!
Immaginavo che sarei impazzito, avrei dato in escandescenze, perduto il controllo e, con una microcamera, avrei filmato questo disastro, che immaginavo buffo, e ne avrei fatto una storia per immagini.

Questo ho fatto. Per dieci giorni ho filmato tutto quello che mi succedeva, da quaranta sigarette a zero, di colpo.
Mi ero dato una regola: il giorno uno avrei montato tutte le cose girate nel giorno uno. Avrei suonato le musiche, fatto la voce narrante e gli effetti speciali relativi al giorno uno. E il giorno due avrei fatto lo stesso con il materiale girato il giorno due, e avanti così.
Non sapevo dove sarei arrivato o cosa sarebbe successo. Sopratutto non sapevo se sarei riuscito a non fumare.
Sapevo però che in base alla regola data non sarei tornato a modificare il lavoro fatto. Il giorno cinque, per dire, non avrei potuto modificare la voce off del giorno uno, neppure se, una volta riacquistata un minimo di lucidità, mi fossi accorto che faceva cacare.

Nelle storie a fumetti avevo usato spesso stupide regole del genere. Era la prima volta che provavo ad applicarle ad un sistema più complesso come la realizzazione di una storia filmata.

Quello che ne è venuto fuori è una roba molto strana, che a me fa ridere e che mi ricorda pure "la mia vita disegnata male" ma in cinema. Che mi è costato 350 euro e dieci giorni di lavoro più tre di tentativi di migliorare l'audio alla fine. Perché l'audio è veramente una bestiaccia.
Questa cosa, alla fine, mi ha fatto smettere di fumare. Ora sono passati tanti giorni: non ci penso quasi più. Alle sigarette, dico. Non ci penso quasi più.

E' rimasto questo filmino. Dura un'ora e un quarto. Si intitola "Smettere di fumare fumando".





marzo 25, 2012

La scemite

La scemite è una malattia meravigliosa che ho avuto spesso in passato e dalla quale temevo di essere guarito.
Come funziona? Ti svegli la mattina e ti dimentichi l'età, le cose da pagare, tutti i guai, i doveri, non hai alcuna remora nel lasciarti andare alle parti più stupide del tuo pensiero. E giochi, con quello che ti piace. nel mio caso sono i video stupidi.
Da qualche settimana, sia lodato Joe Pesci, la scemite è tornata. Probabilmente se ne ripartirà e mi ricorderò di avere quasi cinquant'anni ed un sacco di persone intorno che si aspettano che faccia cose (abbastanza) intelligenti.
Intanto però, oggi, ho fatto questo:



marzo 23, 2012

Cercando dio a Rosate (Mi)



Essendo idiota dentro, mentre lavoro alla nuova serie e scrivo e sceneggio etc. etc. mi è venuta fuori questa cosa.
Credo che sia l'effetto di due giorni nella pianura padana senza avere molto da fare.

marzo 16, 2012

S.h.a.d.o


A me fanno schifo i Kinder Delice. Anche gli omogeneizzati al manzo, per dire la verità. Mi piacevano molto quando ero piccolo. Li mangiavo guardando i telefilm di Ufo, seduto sul tappeto, con il comandante Straiker, e quel momento per me, con il mio omogeneizzato al manzo mangiato davanti alla sede centrale della S.H.A.D.O, era il paradiso. Ho provato ad assaggiarli da adulto, per poco non vomito.
Bene. Si è offeso qualcuno?

Michele Serra ha scritto che Twitter gli fa schifo. A me non me ne importa assolutamente niente. Twitter non mi fa più schifo del telefono, o del freno a mano dell'automobile. A volte li uso entrambi, ma non nutro per essi un affetto fraterno e se qualcuno mi dice che odia il freno a mano, non mi offendo. Magari penso: ok bello, ci vediamo su una strada in discesa, a parcheggiare, ma non ne faccio una questione personale.
Oggi molti utilizzatori di Twitter erano inferociti nei confronti di Serra. 
Eppure, sono quasi sicuro, nessuno di loro ha una partecipazione negli utili dell'azienda Twitter e credo che pochi siano pure gli sviluppatori del software in questione. 
Allora perché, noi moderni, difendiamo i prodotti che utilizziamo? Davvero ci identifichiamo in loro tanto da indignarci se qualcuno li disprezza?
E se è così, se diventiamo fratelli di un oggetto,  siamo sicuri che sia una cosa che ci fa bene?

marzo 14, 2012

Mini mini mini trailer

Seguirà un trailerone da sedici minuti, che spero dia l'idea della storia. Intanto questo pezzettino. Un'idea per una serie che ho inventato insieme a Roan Johnson. Abbiamo girato tre giorni con una macchina nuova, una Canon c300, sopratutto per testare metodi e flusso di lavoro.

marzo 12, 2012

Penne a china

Giorni di montaggio sui trailer de "La teoria dei tre colpi". Molto divertente. Serve un mac pro nuovo.
Mercoledì sarò a Cinecittà alla presentazione della nuova Canon C300, con la quale ho girato queste prime parti della serie che spero di riuscire a mettere in piedi.
Presto i trailer saranno disponibili.
Mentre lavoravo mi hanno chiamato da La Repubblica per chiedermi due parole su Moebius. Questo è quello che ho scritto. L'articolo è uscito sul numero di domenica.


Momento uno.
Sono nella mia stanza a disegnare. C’è una grande finestra con una tapparella marrone. La tapparella è aperta ed oltre la siepe si vede la casa dei Rossi. Una villetta dalle pareti bianche, immacolate. In quelle pareti, con Alberto, senza motivo lanceremo delle uova. Ma in altro momento. 
Questo è il momento uno.
Sotto la finestra aperta c’è una scrivania. Un foglio Fabriano A4. Delle matite, delle penne a china. Ho quindici anni. Quella finestra sta nella mia camera. nella casa dei miei genitori. C’è un armadio pieno di disegni. Li abbiamo fatti io e Alberto. Alberto è più bravo di me. Tempo dopo smetterà di disegnare per non farmi soffrire.
Le penne a china. Tormento. C’è un negozio di materiali da disegno, in centro. Vado, guardo, scelgo le penne a china. Cerco di scoprire un segreto. C’è un disegnatore francese che credo utilizzi quelle penne a china. Io voglio disegnare come lui, o almeno, mettermi tecnicamente nella stessa condizione. Ho quindici anni e, ingenuamente, penso che possa derivare dalla penna usata, anche dalla penna usata, quella capacità.
Torno a casa. Provo le penne. Il tratto in effetti è simile a quello dei disegni del francese. Provo a fare un orizzonte basso in terra desertica. Un personaggio con pantaloni a sbuffo che cammina nei pressi, indossa un cappello lungo in testa, di forma coloniale di colonia di Saturno. Faccio ombreggiature a tratto intermittente. E’ così che fa il francese. Provo a fare lo stesso. Crolla il morale. 
Momento due.
Ho diciassette anni. C’è un disegnatore italiano molto giovane e di incredibile talento, usa lo stesso tipo di ombreggiature del francese, ma poi piega lo stile a mano sua ed i suoi nasi hanno ombre autonome. Lui ci è riuscito. provo. Forse questa nuova penna a china mi potrà aiutare. Niente.
Il francese disegna spesso linee di orizzonte basse, è come se avessimo gli occhi a terra. I piedi dei suoi personaggi, quando non vanno in aria per sconfitta della gravità, aderiscono alla linea di terra. Sono steso a guardare quei piedi. I corpi. le mani. Le dita delle mani. le unghie.
Ogni particolare è definito con lo stesso tratto. Credo che sia merito di una penna a china particolare. Non cambia mai spessore. Devo trovare una penna che dia lo stesso risultato. Voglio disegnare come quel francese. Mettermi, almeno, nella stessa condizione tecnica. Che carta usa? Forse usa un pennino?
Ho passato tutta la mia giovinezza di disegnatore in sofferenze e ricerche di questo tipo. La prima ossessione furono i disegni impareggiabili del francese. Quel francese si era dato il nome di Moebius. Solo più tardi venne il cuore di Andrea Pazienza a tormentarmi. Credo che ogni disegnatore abbia combattuto guerre simili. Guerre impossibili contro gli Dei. Guerre d’amore, per lo più. 
Incontrai Pazienza negli anni ottanta. Agli inizi. Scoprii così che Dio aveva gambe e braccia come me. La guerra poteva cominciare. L’amore, il nemico, erano stati identificati. C’era una speranza.
Momento tre.
Quasi venticinque anni dopo. Sono in Francia. Ad Angouleme. Ho vinto un premio prestigioso e senza accorgermene sono già carico di presunzione. Tutti mi trattano bene. Sono in un hotel dove si entra solo con invito. A un tavolino, vicino a me, c’è Joann Sfar, un grande disegnatore francese, giovane. Una vera star, nel suo paese. Arriva un uomo di una certa età, un signore dall’aspetto gracile e raffinato. Si siede al tavolo con il giovane autore che non nasconde il suo piacere per l’onore ricevuto.
Il giovane Sfar mi chiama. Il mio francese è appena nato ma capisco. Mi fa sedere al tavolo con lui ed il signore anziano. Il signore anziano è Moebius.
Lui era Dio per me. Voglio che lo sappia. Non so come dirlo, non in francese. Lo dico in italiano.
Che cosa brutta: “Era” Dio. Era? Forse che Dio può avere una scadenza, passare di moda? Essere superato? Ho appena vinto un premio prestigioso e la vanità, senza che me ne accorga, ha già cominciato a masticarmi l’anima. 
Sfar mi chiede un disegno su un agenda. Devo disegnare qualcosa, davanti a Moebius. Davanti a Dio. Grande imbarazzo. Ma sarò anch’io una star, un giorno. Ho vinto un premio prestigioso. Vanità.
Disegno quindi, con una penna sottile che non è a china ma da un risultato simile. Ho questo stile di disegno, rappresento ogni parte dell’immagine con la stessa dimensione di tratto. L’uomo anziano, al tavolino, lo faceva quando avevo quindici anni. Adesso io ne ho più di quaranta.
Faccio questo disegno, un personaggio del libro che mi ha fatto guadagnare il premio. Moebius mi guarda e sorride. L’agenda di Sfar ha una carta terribile, dove l’inchiostro non s’attacca e genera spiacevolissime goccette in testa e in coda ad ogni tratto. Lo maledico, dentro di me. E poi mi trema un po’ la mano, perché è mattina, ho fatto colazione da poco e ho ancora sonno. Devo mettere gli occhiali.
Sto facendo un esame con Dio. Il personaggio fuma. Tiene la sigaretta alla bocca e aspira una boccata. Disegno mignolo e anulare quasi attaccati, per qualche motivo di stile che non so spiegare non disegno divisione tra queste due dita, mignolo e anulare sono una forma sola, per lo stesso vizio di stile non metto le unghie a queste due dita. Ecco. Una striscia di fumo dalla sigaretta fino al bordo della pagina e il disegno è finito. 
Dio lo guarda, prende la mia penna, sorride ed aggiunge sul foglio le unghie mancanti.
Poi dice qualcosa in francese, che non capisco, ma sorrido. Falso.
Dentro di me la vanità, innescata da quel maledetto premio prestigioso mi suggerisce che un vecchio ha fatto le unghie al mio disegno, perché quel vecchio ha uno stile antico, sorpassato, che ignora il mondo contemporaneo, che si è scollato, che ha avuto il suo momento di gloria e che è passato, e guarda come si manifesta, sulla carta, la sua distanza: due unghie dove non ce ne sarebbe alcun bisogno. Chi ha necessità di quel dettaglio? Cosa racconta? cosa aggiunge? Il mondo è cambiato e adesso siamo noi giovani a dettare le regole, a creare gli stili. Vanità.
Momento quattro.
C’è un ragazzo a un tavolo da disegno: Per qualche motivo ignoto il suo cuore l’ha portato al foglio, lasciando l’xbox per un poco almeno, da parte. Non sta scrivendo il suo stato su facebook. Sta disegnando. Ha comprato una penna nuova. Ha un libro che gli ha dato qualcuno, il libro di un disegnatore francese con delle tavole di una bellezza accecante. Non si riesce quasi a tenerci gli occhi sopra. Fissare lo sguardo ad un singolo disegno è difficile. Quella bellezza respinge e spinge avanti. Poco male, comunque, è un fumetto. Dopo un disegno ce n’è un altro.
Il ragazzo guarda e si sofferma sulla mano di un personaggio che per qualche motivo si è librato a mezz’aria. Lo si vede da un punto di vista basso sul terreno. Da una prospettiva che il ragazzo non può che definire “difficilissima” si vedono le suole degli stivali, lo scorcio del viso e la testa con un cappello da coloniale di Saturno. Le mani hanno anatomie perfette, le dita sono in posizione sospesa, a suggerire movimento, per sempre. Alla cima delle dita ci sono unghie ben definite. Il ragazzo prova a rifarle. Non riesce. Soffre e l’xbox lo chiama come una sirena senza pensieri. Ma lui resta al tavolo da disegno. Ci riprova. Ama quel disegnatore francese. Tutto quel talento, lo ama tanto da detestarlo con tutto il cuore. Un giorno. Continuando a provare. Un giorno riuscirà.


marzo 02, 2012

Io e Penco

Sabato 3 marzo (domani, per lo scrivente) alle 12,30 alla libreria delle Moline (via delle Moline 3, Bologna) sarò a presentare il nuovo libro di Michele Penco, "Racconti azzurri".
Michele è bravissimo e troverete una mostra dei suoi originali, che sono roba da levar il fiato. 
Quindi, venite.

marzo 01, 2012

La Teoria dei tre colpi

Un giorno ho scritto una lettera ad una ditta che noleggia apparecchiature cinematografiche, a Milano. Volevo provare a girare delle cose con una digitale seria, con un rig serio e degli obiettivi seri. Ho fatto due conti, potevo affittare le cose per due o tre giorni. Volevo fare un esperimento. Un cinemino leggero, di rapida messa in moto e di costi bassi.
Però sono un ragazzo fortunato ed alla mia lettera è arrivata la risposta di una persona che conosceva il mio lavoro ed abbiamo cominciato a parlare. Ci siamo incontrati ed abbiamo fatto amicizia.
Qualche settimana più tardi stavo andando a Roma a portare una sceneggiatura a Fandango. In treno ho avuto un'idea per una serie a puntate. A Roma, ho pranzato con il mio amico Roan Johnson, gli ho raccontato l'idea e mentre gli zucchini cuocevano ci siamo messi ad inventare e raffinare la storia.
La Teoria dei tre colpi era il titolo provvisorio. Ma sta ancora là.
Le persone di Milano alle quali avevo scritto la lettera sono venute da Milano, con una Canon C300 e un set di obiettivi Zeiss compact Prime (questo lo specifico per i maniaci come me).
In verità avevano un furgone pieno di attrezzatura. Una piccola troupe.
Ho mobilitato tutte le persone di buona volontà che conosco in zona. Ho chiamato Gabriele Spinelli (L'ultimo terrestre) e Lino Musella, un giovane, bravissimo, attore napoletano. Gli ho raccontato la storia, ho spiegato che non c'era una lira e tutto il contorno.
Abbiamo girato per tre giorni, una specie di trailer, scene da vari momenti della storia. Un test tecnico e artistico. Un esperimento di autoproduzione.

Finalmente la macchina da presa l'ho tenuta in mano io. Non potevo proprio più farne a meno. Per me è stato strano scrivere il primo film e non maneggiare la cinepresa. Era come far disegnare ad un altro, oppure conquistare una bella ragazza e poi al momento di farci l'amore, chiamare un altro, che magari sarà pure più bravo, però, insomma..
E questo non ha niente a che vedere con la qualità dell'operatore, anche perchè il mio sul film, era splendido. E' proprio una questione di taglio e di stile, oppure una cosa sessuale, fate voi.
In questi giorni ho montato il trailer. Una specie di riassunto di tredici minuti. Sono molto contento. Presto sarà disponibile per la visione. Intanto alcune immagini.