marzo 18, 2011

la mia bandiera


Noi quella notte eravamo finiti in Versilia. 
Al margine meridionale della Versilia in verità,  perché quel tratto di costa, per noi, aveva confini ulteriori e mai ci saremmo avventurati nella Versilia alta, nella Forte dei marmi dei ricchi, per esempio.
Ci fermavamo prima, a Torre del lago.
Avevamo ballato e bevuto e fumato e fatto cazzate a non finire nella discoteca vicino al mare prima e sulla spiaggia, con il rumore delle onde nel buio, poi.

Al ritorno, andando verso Pisa, in quel periodo, chiunque tornasse dalle feste del litorale si fermava a farsi cappuccio e cornetto ad un bar che si chiamava Bar Notturno, e noi non eravamo certo dotati di un carattere tale da fare eccezione.  
Il Notturno stava aperto tutta la notte e verso le tre, le quattro del mattino, c'erano transessuali e delinquenti e ubriachi fuoriusciti, magari incazzati neri, da qualche discoteca, di quelli che se li guardavi ti ritrovavi a litigare e fare a schiaffi in un secondo.

Noi entrammo e di quell'entrata, ad essere sincero, non ricordo nulla. 
Poi c'era un televisore acceso e Ale "il nasuto"  (lui lo ricordo) si ritrova (appunto) con il naso in su a fissare immagini in bianco e nero di una roba fumante.
Io e gli altri ridiamo e abbiamo la schiuma del cappuccio sulle labbra e le brioche che, appena fatte, sono la cosa più buona del mondo. 
Fa calduccio e si sta bene nel bar, mentre fuori s'appresta all'arrivo il babbo natale con le sue renne gelide.
Per quanto mi riguarda, non mi distinguo dagli amici ne per la condizione alcolica ne per l'amore per il cappuccino e la sua schiuma, presente anche sul mio labbro superiore a fare un baffo bianco. E non mi distinguo neppure nel guardare allo schermo del televisore, adesso, dove sono arrivato seguendo il profilo del nasuto, su, fino agli occhi e all'arcata delle sopracciglia, sorprendendomi per la loro inclinazione inusuale a fare la forma tipica delle sopracciglia di chi si sia improvvisamente fatto triste.

Perché è triste il nasuto in questa notte di riparo dal gelo, con il cornetto tanto buono che lui stesso (ora ricordo) in seguito volle dedicargli addirittura una canzone chitarra e voce? 
Perché è triste lui, mosso da quella muscolare gioia di vivere che non gli permette momenti di melanconia o di sofferenza per la disgrazia altrui? Cosa succede? 
Dalla fronte del nasuto vado a mettere gli occhi sulla trasmissione della RAI. 
C'è un treno che fuma. Non un treno a vapore, non fraintendete. Non è il locomotore a fumare. E' un vagone.
Ora mi viene a mente che già una volta avevo visto un vagone fumare. Ero bambino allora e mi aveva fatto tanta impressione. Mi aveva fatto impressione anche il nome del treno che portava quel vagone, lo avevo sentito pronunciare tante volte, era diventato quasi un modo di dire, quasi uno stile: "Italicus".
Ricordo anche che anni dopo  dalla ferrovia lo vidi dal vero quel vagone abbandonato. Stava sui binari, non vorrei dire cazzate, non ricordo con precisione, ma sulla ferrovia tra Firenze e Bologna mi sembra. Da qualche parte, dopo Prato, verso i paesi di Benigni, credo. Lui dovrebbe ricordarlo.

C'era questo relitto di vagone con le costole di fuori, tetto squarciato. Nero di bruciato e ruggine sopraggiunta poi. Ci stette per anni e più volte lo vidi. Un giorno, non ci fu più. C'era il suo binario morto, senza niente sopra.

Siamo al bar Notturno di Torre del lago. Notte vicinissima al natale.
C'è questa trasmissione che parla di un treno che è scoppiato. Saltato in aria, bomba, chiaro, in un tunnel. Dice la televisione che il danno è stato ancora maggiore proprio perché l'esplosione è avvenuta in una galleria. Ricordo di aver pensato che dovevano averlo fatto apposta. 
Qualcuno dice: "vai, un'altra". E tutti pensiamo alla stazione di Bologna. Io aggiungo ai pensieri la storia a fumetti che Andrea Pazienza ha fatto, per quella stazione. 
Quella storia, nella prima parte almeno, ci somiglia un po': Un mezzo tossico preso da questioni di spaccio e consegne e ritiri e soldi che si alambicca il cervello per trovare il modo di fare la giornata e pensa a come e quando e chi, e lo fa alla stazione di Bologna,  alle dieci e qualcosa del due agosto del millenovecentottanta e salta in aria, lasciando i suoi problemi a metà di un balloon.

Negli anni a venire, tutte le volte che sono passato da Bologna, con il treno, ho sempre avuto in mente la frase "Bomba alla stazione di Bologna". Queste parole le sentivo come se qualcuno me le sussurrasse all'orecchio. 
Arrivavo con il treno, fischiavano le ganasce dei freni sulle ruote di ferro originale ed io guardavo al finestrino le pensiline, le persone in attesa di salire ed ecco: siamo a "bomba alla stazione di Bologna". Mi si è cambiato il nome del posto, proprio. 

L'ultima volta che sono passato da quella stazione, un anno fa, stavo andando ad incontrare il produttore del mio futuro primo film. Pensate voi quanti pensieri potevo avere per le bombe di trent'anni prima, eppure mi sono girato, ho cercato (gli occhi l'hanno cercato, sopratutto, come avrebbero fatto per un vizio o un tic) il vecchio orologio fermo alle dieci e qualcosa ed ho sentito la solita frase: sono arrivato a "bomba alla stazione di Bologna".
Poi sono entrato in un hotel con cinque stelle.

Quella notte di tanti anni prima, con i nostri baffi bianchi, uscendo di nuovo nel freddo del 23 dicembre del 1984, stringendoci nei giubbotti per farci più fini al vento ghiaccio dell'alba, parlammo di quanto si doveva essere merde per mettere una bomba in un treno di pendolari, di notte, gente che torna a casa propria, in Italia, dalla Germania, proprio sotto natale.

Credo che a quel punto qualcuno abbia acceso una sigaretta ed abbia detto una frase come "siamo in Italia" e poi, probabilmente, venne fatta una lista cinica e in quella lista c'erano treni e piazze e stazioni, pure un aereo. Credo che a quel punto (vado ad ipotesi di memoria) ci sia presa una rabbia inesprimibile, senza destinatario, una rabbia che trovava spazio e si perdeva tra le righe di pagine di verbali e assoluzioni di mandanti e rimandi e spese processuali a carico dei familiari delle vittime. 
Erano gli anni ottanta. Le cose esplodevano, la gente moriva. 
Io sono cresciuto allora. Forse è per questo che, per quanto mi piacerebbe (Dio solo sa quanto mi piacerebbe) non riesco a fare pace, e festa, con la mia bandiera. 

16 commenti:

karuso ha detto...

Anche io non riesco a fare pace con l a mia bandiera, dopo 6 anni di collegio militare, nell'infanzia, dopo il 77, dopo la dc e berlusconi, dopo una sinistra tiepida, una avanguardia sola, una nazionale piemontese, tutti i cappuccini di notte e i cornetti a trastevere tra i morti saltati in aria per acquistare potere, ho qualche difficoltà ad amare il bianco verde e rosso della mia bandiera, anche dopo benigni, che sa raccontare la storia con la sua solita passione da beone...(quale non è, ma lo sembra)...non mi appartiene quel simbolo, non ne ho bisogno. Siamo noi uomini e i nostri rapporti a fare la storia,, non i colori di un pezzzo di stoffa. Lasciamo agli altri la proiezioni dei propri desideri, la mancanza di ideali, proiettati in una bandiera. IO non ho bandiere se non quella degli "esseri", anche quelli animali, che quanto ad etica ci battono alla grande

asinangelica ha detto...

bombarolo!

Marco "Bamba" Zorzan ha detto...

Leggendo mi è scesa quasi una lacrimuccia, ma secondo me non è con la tua bandiera che devi fare pace, ma con gli italiani degli ultimi 40 anni e forse anche con quelli di qualche anno prima, ma con alcuni di loro non riesco neanche io farci la pace.....è dura!!!!

PAROLADILUPETTO ha detto...

-A mio Padre è costata la vita quella bandiera
- Ma dai, io l'ho pagata 3 dollari al KMart
- Mio padre ha combattuto in Corea
- Guarda che combinazione, la mia bandiera è stata fatta in Corea
- Mio padre è morto per quei colori
- No. Tuo padre è morto per la libertà. Anche per la libertà di bruciarla o di fare che cazzo vuoi di quella bandiera.
(B.Hicks)

MacFlynn ha detto...

Ciao Gipi.A proposito di bandiere,ho realizzato questa vignetta cercando di sintetizzare e ironizzare un pò su ieri.Spero ti piaccia!
http://haidaspicciare.blogspot.com/2011/03/festa-nazionale.html

Alessio.

GiovanniMarchese ha detto...

Si, hai ragione buon vecchio Gipi... essere italiani è difficile penso, perchè la nostra storia, si proprio quella di questi centocinquanta anni, è carica di nefandezze e brutalità inferte agli ultimi, alla gente comune che vengono taciute o sussurrate, come quelli che scrivevi te che erano su quel treno, nelle piazze, sull'aereo... nel posto sbagliato insomma, quello delle cosidette stragi di stato. E non solo nel passato recente, intendiamoci, ma anche sin dagli albori di questo disgraziato paese, il Risorgimento fu fatto anche a colpi di baionette, di carceri-lager, di esecuzioni sommarie... di stragi e fosse comuni...insomma, questa è la nostra storia e dobbiamo farci i conti. Ma proprio noi non possiamo solo dissentire, ma raccontare e prendere coscienza, e agire e pretendere anche che si possa essere un paese diverso.

Watanabe ha detto...

Veramente un bel pezzo di vita. Grazie.

Il Disegno ha detto...

Ricordati di prenderti delle pause per restare soli tu ed io, perchè io ti guarisco, e ti diverto e ti restituisco cento volte l'amore che mi dai. Oltre il lavoro, oltre la politica, oltre oltre oltre, ci siamo noi due e il nostro inimitabile linguaggio da scemi innamorati.
Tuo per sempre, ti aspetto,

Il Disegno

dkdd ha detto...

bel racconto ma non amo le bandiere. ti fanno guardare in alto e non vedi cosa o chi calpesti

- profilo - ha detto...

vernio. il nome della stazione della bomba. è l'ultimo comune pratese prima di espatriare nel bolognese.

daniele marotta ha detto...

Amico secondo me l'italianità è quello che noi realizziamo come collettività, ogni momento, la somma degli sforzi di tutti noi a essere persone migliori. Io voglio un Gipi che ulula su un terrazzo sventolando la bandiera e ride al tramonto insieme al suo vicinato. Se il popolo non si appropria del tricolore allora quello resta sulle balzane dei gaglioffi. A maggior ragione per le ferite mai guarite inferteci: ghigna nel muso e dai a sventolare a capo dritto. In questo paese senza idea di sé l'italianità può diventare la schiuma del cappuccino, un urlo d'amore, il meglio di noi. La creatività, la solidarietà, l'appartenenza reciproca che scorre tra noi persone allo sguardo nella stretta di mani, l'appartenenza a un insieme 'di fatto' delle persone vere. I politici non c'entrano un cazzo sono un tumore, io festeggio i miei fratelli come tutti potremmo essere, come saremo, festeggio quanto belli saremo domani.
GLi assassini, i ladri, di stato, di mafia, di fascismo inteso come potere forte concreto cinico e violento impastato di soldi, manganelli e piombo non hanno posto sul mio tricolore ma restano a terra. La cittadinanza è un sogno da realizzare, tutti insieme.
Grazie comunque, sempre...

Anonimo ha detto...

à propos..Un documentario radiofonico: "Natale di sangue
La strage del rapido 904 del 23 dicembre 1984"

http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-87254989-1552-4015-8850-2649790877bd.html

About A Photo ha detto...

A me invece la bandiera non dispiace

Anna

Anonimo ha detto...

Ciao Gipi, io sono molto ignorante a 360° e quindi alla mie mente che ragiona mancano spesso tante informazioni per elaborare che cerco di sostutuire con l'istinto.
Quindi .ititivamante, quando guardo una bandiera mi ricoroc che in italia c'e una squadra di calcio nazionale che se ne fregia ogni 4 anni. E tutti si sentono italiani.
A me non piace il calcio e quindi non mi sento italiano ogni 4 anni.
Idema quando quella bandiera viene posata sulle bare dei militari. Non mi sento italiano o appartenere a quei colori.
Poi mi chiedo:" ma quando mi sento italiano?".... e purtroppo non lo so, mi sento semplicemente un "Terrestre". Però so per certo CHE NON MI SENTO ITALIANO quando seventola una bandiera.

Se l'evoluzione dei valori e degli e gli interessi contemporanei colelttivi segue la foto di questi anni, secondo me, ci sentiremo tutti UNITI e TERRESTI quando si giocherà la partita derby GalatticoTerra Vs Giove di Calcio Stellare,( probabilmente giocata sulla Luna)

Un Salutone e grazie di condividere i tui pensieri e le tue serate con chi ti legge!

I v a n

Fabio Artigiani ha detto...

Che dire... ho scritto questo, mi pare c'azzecchi bene.
LA PAPPA IN CAPO

L’Italia, dopo la sbornia del 150° anniversario della sua nascita, è bene che si ridimensioni a quella che è. Ci hanno raccontato fin dalle elementari che noi siamo una della più forti nazioni al mondo (allora la settima potenza industriale); negli anni ’60 abbiamo vissuto un boom economico straordinario e gli italiani hanno cominciati ad arricchirsi, dopo i magri anni della guerra.

Ed oggi, cosa siamo? Chi siamo? Ad una rapida ascesa nelle accumulazioni di capitali, non c’è stata un’altrettanto rapida ascesa culturale: ma nemmeno lontanamente. Chi un minimo ha viaggiato in Europa anche solo come turista lo può sapere: non c’è il ben ché minimo paragone con stati a noi vicini come Francia, Germania, Inghilterra e finanche la Spagna. E la cultura non si misura solo con musei, chiese, monumenti, architetture, produzioni letterarie, ecc., ma soprattutto con la capacità dei cittadini di discernere tra il bene ed il male per la collettività, con la capacità di essere liberi e di far rispettare questa condizione nel tempo, con la capacità di difendere senza indugio alcuno la propria dignità come popolo, come identità culturale, come persona.

Secondo voi, noi come siamo messi? Davvero pensate che i vostri danari bastino a comprare la vostra dignità? No, serve la cultura, nient’altro.

Mi ricordo un mio vecchio professore di disegno che avevo in prima superiore, all’Istituto Tecnico, vicino alla pensione. Era di quelli che ti faceva ancora alzare in piedi quando entrava e potevi sederti solo quando lui, da dietro la cattedra, dopo essersi tolto il cappello, aveva guardato negli occhi ognuno di noi, accomodandosi poi sulla sedia. Un giorno, alla fine di una lezione, durante un piccolo dibattito avvenuto in aula ci disse: “Ricordatevi di studiare e di approfondire la vostra cultura, perché è solo con la cultura che non riusciranno a mangiarvi la pappa in capo”.

I comunisti in Italia c’hanno messo vent’anni per credere che quello che accadeva nella Russia del “sol levante” non erano balle, ma la verità. Oggi, quanto ci metteremo a capire che il narcisista Silvio Berlusconi ha davvero mangiato e mangia la “pappa in capo” a milioni di italiani?

Fabio Artigiani

Dal sito “l’epicentro – i pensieri trasformano la Terra.” www.lepicentro.it

isabella ha detto...

ciao gipi, grazie per il tuo lavoro