gennaio 20, 2014

Ricerca di base

Nuova storia: "Ricerca di base". 
L'amore come esperimento scientifico.
Anteprima dal primo capitolo. 






gennaio 04, 2014

Le due cose che so sul cancro

Devo dire che sono molto fortunato. Quattro volte mi hanno spedito a fare esami per sapere se ci avevo un cancro e mai lo avevo. Una volta alla vescica, due volte al cervello, una volta al fegato.
Mai lo avevo.
Il cancro è venuto, invece, a mia sorella Annalisa.
Quindi del cancro adesso so due cose: quanto fa paura temere di averne uno e quanto fa più paura quando invece si ammala una persona a te cara.

Poi mia sorella è guarita ma noi riscopriamo ogni volta la nostra vicinanza quando qualcuno (sui social sopratutto, perché dal vivo le labbrate partono prima) fa un pippone sulle cure alternative o i "motivi" per cui ci si ammala di cancro.

Oggi mia sorella, sulla questione ha scritto una cosa che trovo molto bella.
La metto qui sotto. Esperienza, parole e titolo sono sue.

Perchè ogni spesso sarei propensa agli insulti

Annalisa Pacinotti
Premessa: io il cancro me lo sono meritato tutto.
Ho mangiato salumi e burro e bevuto aperitivi e tirato mattina in locali fumosi . Ho anche abusato di qualche droga ed amato  la musica rock. Ho raccontato un sacco di bugie , detto parolacce , mi sono tinta i capelli di mille colori e ho fatto forca a scuola. Ho anche preso l’oki quando mi veniva il mal di testa e non mi è mai piaciuta la minestra di verdura
Perciò tranquilli, non parlo per me. Io il cancro me lo son meritato tutto. E forse avete ragione voi, la mia esistenza non vale quella di tutti quei topini che sono stati uccisi per trovare la cura giusta che m’ha consentito d’aver salva la vita.
Tra l’altro confesso, a me i topi fanno proprio schifo e non li uccido solo perché da morti mi fanno ancor più ribrezzo che da vivi, ma se esistesse una sorta di veleno che li dissolvesse quando mi entrano in casa,senza che rimanesse in giro il loro cadaverino peloso e puzzolente, non esiterei ad usarlo.
Per cui ripeto, io il cancro me lo sono meritato, soprattutto se lassù nel cielo, a giudicare chi ha diritto a vivere sano e chi no , c’è il Grande Ratto Vendicativo.
Ecco, non sto parlando di me, ma di tutte le altre persone che ho incontrato nel reparto di oncologia quando seduta in poltrona giocavo a far finta di essere dal parrucchiere e invece mi sottoponevo alle due ore di chemioterapia che m’han fatto salva la vita.
C’erano persone d’ogni tipo ed età. Tranne i bambini, quelli affrontavano il loro percorso , e chissà di quali colpe s’erano macchiati i bimbi per meritare la malattia?, in un altro reparto.
Ho incontrato anziane signore, quelle che non ci piacciono, dall’aria stizzita e il collettino di pelliccia ( ecco, forse la causa del cancro stava in quel visoncino spelato che ornava i loro colli,) e vecchie contadine delle nostre piatte campagne con una vita rigorosa e sana alle spalle che  mi insegnavano a fare la torta di mele ( ma forse Dio è una Mela Renetta ed era per quelle torte che sedevano  vicino a me con l’ago infilato nel braccio)
Mi dispiace darvi una delusione ma c’erano anche alcune donne giovani, vegetariane, magre, che mai avevano bevuto una coca cola e ancor meno ingurgitato una salsiccia, e ancora con lo stupore negli occhi si interrogavano e dicevano “Perché proprio a me?”
Ecco, io il cancro me lo sono meritato tutto, ma loro no. E allora poniamoci un dubbio.
Forse la morte capita, così come la malattia, e se è vero che alcune situazioni ne favoriscono l’insorgere è troppo riduttivo ( e stupido e anche crudele) continuare a scrivere frasi come “ per non farsi venire il cancro basta cambiare stile di vita,” o peggio ancora  “ mi rifiuto di sacrificare la vita di quei poveri animali per curare qualcuno che non merita di vivere”.
Una volta ho fatto la Salerno Reggio Calabria  a una velocità, folle, su una macchina vecchia e insicura guidata da un pazzo che si nutriva a birre. Ero giovane, incosciente  e terrorizzata. Ne sono uscita viva, forse perché la morte capita  per caso e il Grande Ratto che sta nei cieli  ce la distribuisce così, senza guardare al merito.

gennaio 03, 2014

Tornando a casa oggi, ho visto un gatto morto.

Stavo tornando da Livorno, avevo deciso di passare da Tirrenia, dal lungomare. Mi piace il lungomare in inverno. Non ci sono auto. Le case delle vacanze sono vuote. I pini verdi comunque.
La Volkswagen Golf era ferma sul lato opposto della carreggiata.
Orientata in senso opposto al mio.
Era finita fuori dalla strada, vicino ad una panchina, le ruote anteriori su un aiuola, il muso contro lo spigolo di una cabina telefonica SIP.
Ricordo di aver pensato a quella cabina telefonica e di aver immaginato lo spavento che avrebbe potuto avere una persona, qualcuno, se si fosse trovato all’interno, a telefonare, al momento dell’impatto.
Una ragazza con una minigonna corta e delle scarpe a zeppa, i capelli biondi, lunghi in due blocchi ondulati che dal collo scendevano sul petto, una canottiera colorata, credo a fiori, stava in piedi, si mordeva le unghie di una mano. Mi sono chiesto come facesse a non avere freddo. 
Lo sguardo era fisso davanti a se.
Quello sguardo guardava a terra, qualche metro più avanti rispetto alla posizione degli occhi, dei piedi.

La ruota anteriore sinistra della Golf veniva intanto presa a calci da un giovane alto, muscoloso, tatuato ad ago e BIC, abbronzato.
Capelli neri a boccoli di provincia di galera scendevano sul viso e le spalle. I capelli ondeggiavano quando prendeva il movimento utile al calcio, il piede impattava sull’auto, lui caricava di nuovo, imprecava, i capelli si muovevano.
Aveva una maglia a maniche corte. Mi sono chiesto come facesse a non avere freddo.

Il sottile piacere dei fragili quando vedono i forti in difficoltà: Quel bel coglione muscoloso, era evidente, aveva tentato un’inversione a U calcolando male il raggio di sterzata. Probabilmente, sicuramente per impressionare la ragazza a moda anni settanta che lo accompagnava, aveva accelerato troppo e probabilmente le gomme avevano fatto un grido sull’asfalto e il volante una reazione inversa, una ribellione all’arco di virata, probabilmente era sfuggito di mano quel volante ed ecco la cabina telefonica. La panchina che si avvicina. Le ruote che sobbalzano caricandosi sull’aiuola. Ancora, sicuramente era pieno di una qualche droga altrimenti, veramente, non si spiegava come potesse stare sbracciato e non avere freddo.
Ti sta bene. Coglione. Sta bene a te, alla stronzetta che ti si accompagna dopo averti scelto in quanto super maschio di quartiere, sta bene alla tua Golf del cazzo. Te lo dice uno secco, senza ragazza, che sta guidando una R4.

Il ragazzo non smetteva di tirare calci ed io avevo tutto il tempo per guardare e pontificare sulle nostre differenze perché per qualche motivo il traffico avanzava a rilento. Anzi, se non avessi avuto quella coppia da osservare, lo sguardo nel nulla della donna, il disappunto dell’uomo capellone, probabilmente sarei stato intento a bestemmiare per questa coda fuori stagione.
Alterato, sicuramente, da qualche droga allucinogena, avevo concluso, doveva essere il ragazzo. Ripeteva gli stessi movimenti, sempre uguali, come se quei calci alla fiancata della macchina avessero potuto riportare il tempo addietro, ad un secondo prima della decisione di fare l’inversione accelerando, salvando il muso della Golf, la giornata, la chiavata che probabilmente meditava di attuare, nella via della pineta.
Conosco quella condizione, chi non la conosce? Quando fai una cazzata e vorresti solo tornare ad un minuto prima di farla. Ad un secondo prima. Un secondo prima. Un secondo sarebbe sufficiente.
Intanto però stavo godendo della sventura di questo essere fisicamente superiore. Povero scemo.

Perché la fila di auto non si muove?
Guardo avanti e finalmente sposto gli occhi dalla panchina, dalla Golf arenata e scorro verso il centro della strada. Ora si muove la fila. Una fila che non è una fila. Ci sono solo due auto davanti alla mia. Non è una fila. Non si chiama fila. Sono solo due auto. Due auto ferme senza motivo per tutto questo tempo e che adesso con una scossa timida, stanno ricominciando a muoversi. 
Scompare dal campo visivo la coppia della Golf. Vedo una scarpina.
L’asfalto ha la caratteristica di diventare del colore del cielo. L’asfalto usurato, quello non granulare almeno, si fa specchio spesso, dipende dalla luce dalla condizione del clima ma spesso si fa specchio. L’asfalto non è grigio come nei disegni dei bambini, assume il colore della luce che lo avvolge.

C’è questa scarpina sull’asfalto e l’asfalto è in effetti del colore del cielo. Potrebbe essere un cielo sdraiato sulla strada.
In questo cielo riflesso c’è una scarpina da bambino. L’auto avanza a passo d’uomo, il mio piede sta in una All Star alta bianca e spinge piano l’acceleratore. Le mani sul volante. Una seconda scarpina entra nello spazio di visione. 
A quel punto la testa si volta, la mia testa si volta, si volta da sola, come se dovesse esaudire un desiderio suo mentre l’auto avanza. La testa si volta e ruota per cercare ancora con la vista il ragazzo e la Golf.
Gli occhi vogliono guardarli ancora.
La mia auto si muove a passo d’uomo, la panchina, la cabina telefonica e la Golf, sono ancora vicine e posso vedere il giovane muscoloso che ancora tira calci alla macchina. La ragazza invece ha le mani, entrambe adesso, affondate nei capelli biondi. 
La testa volta ancora. Torna alla posizione frontale: c’è un passeggino a terra, steso su un fianco, ci sono parti che si sono staccate e sono sparse in giro. Una ruota, un bracciolo, un pezzo di cuscino sono sull’asfalto chiaro.
Guardo a destra. Un palo della luce, un cancello con siepe, l'uscita di una casa, il marciapiede, segni di sgommata. Ci sono i segni di una sgommata sul marciapiede, come di qualcuno che avesse frenato di botto o avesse messo in atto un’accelerazione repentina proprio in quel punto. 
Ma, mi domando: sul marciapiede? 
Il primo bambino appare sul lato destro. 
La reazione della testa e del collo, è quella di guardare dall’altra parte. Di nuovo, quindi, a sinistra.
Ma nella luce del finestrino stanno un altro bambino e una donna. Una seconda donna. Scarpe. La seconda donna nella mia testa, viste le forme, stesa, sulla strada, diventa una nonna.
I bambini sono inequivocabilmente bambini.
Uno spera bambolotti.
Non sono bambolotti.
Sono bambini. 
Il ragazzo ha smesso di tirare colpi alla carrozzeria. Le ginocchia della ragazza con i capelli biondi si sono flesse. Adesso è accucciata e il viso, appunto, è sparito tra i capelli, sotto le mani.
Non c’è polizia. Non c’è ambulanza. C’è poco sangue ancora. Deve essere appena successo. Ci sono solo due auto davanti alla mia con altri automobilisti che, come me, stanno scoprendo adesso la scena.
Evidentemente il ragazzo con la Golf ha investito una famiglia. Nessuno dei quattro sulla strada si muove più. C’è una borsa adesso, lato sinistro. Il contenuto è sparso. Un giocattolo, roba da spiaggia invernale, ancora lato sinistro.
Sto scorrendo con l’auto, perché non posso fermarmi nel mezzo allo scempio e i bambini sono a fianco del finestrino aperto ed è come essere in mare su una barca che avanza per inerzia e non può essere fermata e ci sono annegati tutto intorno e niente che puoi fare. Solo avanzare per fermarsi dopo, per non intralciare, provare a portare aiuto forse, anche se l’immagine dell’immobilità della morte pare così chiara adesso.
Nessuno vive qui. Solo gli automobilisti di passaggio. 
Solo i due ragazzi alla panchina.
Lui lo riconosco ora.
L’ho visto qualche settimana prima. C’era una rissa fuori da una discoteca, una decina di chilometri fuori città. C’era questa bestia gonfia di mescalina o altre droghe di queste che ti fanno le ossa di gomma dura, che tolgono ogni dolore e paura. Si stava battendo nel parcheggio della discoteca praticamente con tutti. Arrivavano ragazzi che provavano a stenderlo, a dargli calci, pugni, uno con un tavolino. Il ragazzo con i capelli neri e il metabolismo tanto alterato stava in posizione da pugile, non perdeva la calma, Testa incassata nelle spalle, piede sinistro con tallone alzato, mirava, colpiva, prendeva pugni pure ma non andava giù. Qualcuno aveva strappato un divieto di sosta e si avvicinava con quello.
Improvvisamente penso al padre dei bambini, al marito della donna. Probabilmente non sa ancora niente. Penso questo.
Arriva la prima ambulanza, la prima auto della polizia. Sono un curioso non servo a niente e non voglio essere qui quando il marito arriverà. Quelle urla, egoisticamente, non le voglio sentire. E poi non servo a niente. Nessuna delle persone che si sono fermate serve a niente. Ci sono addetti preposti, coraggiosi che affrontano scene come queste come si fa con un mestiere. Stanno scendendo dai mezzi, alla luce delle sirene.

Non ho mai saputo con precisione come sono andate le cose. Voci di conoscenti parlarono allora di stato alterato del ragazzo, una corsa sul marciapiede. Altri raccontano che li abbia mirati, sgommato per prendere velocità, in acido, magari scambiandoli per mostri Aniba da eliminare.
Sicuramente, tentando di scappare, nell’inversione a U era finito contro una cabina telefonica.
Per fortuna non c’era nessuno dentro, a telefonare.
I due bambini, la madre e la nonna erano morti.
Qualcuno mi ha raccontato che il ragazzo, anni dopo, è morto anche lui, in carcere, per le conseguenze di una malattia contratta tanto tempo prima. Non so se sia vero. Non so come controllare.
Perché questa è una cosa che è accaduta nel millenovecentottantotto.

Ecco.
Sono passati venticinque anni da quel giorno sul lungomare.
Non sono riuscito a dimenticare niente.
Tornando a casa, oggi, ho visto un gatto morto. 

Niente.

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Nota: Dopo avere scritto questo testo ho cercato la notizia sul web. Ho trovato un articolo di Repubblica di allora. I morti erano 5. Anche il nonno era là. Ma non lo vidi.


luglio 23, 2013

Meri dorme Luglio

Ho dimenticato questo blog come ho dimenticato, negli ultimi anni, di fare esercizio di disegno dal vero. E fare esercizio di disegno dal vero è tutto. E' la cura per la boria, per ogni convinzione o superbia. Fare disegno dal vero ti rimette al posto, minuto, dove si deve stare, che la realtà ti fa il culo sempre e comunque.

Questa è Meri che dorme. Luglio.

giugno 13, 2012

Smettere di fumare fumando


Le cose sono andate così: mi ritrovavo verso le due del pomeriggio con il primo pacchetto di Camel Blu, comprato la mattina alle sette, raggomitolato nel posacenere.
Quindi uscivo, andavo a pranzo stando attento a portarmi cinque euro di carta per la macchinetta.
Dopo mangiato compravo il secondo. Tutti i giorni, al distributore automatico, un rito. La tessera sanitaria, i cinque euro nella fessura pigra e poi inginocchiati! In ginocchio a sentire il rumore del pacchetto che finiva nel cassetto del distributore. La mano quasi morsa nella bocca della verità.
Poi  rialzarsi con le ginocchia a sussurrarmi storie di vecchiaia incombente, strappare il filo sottile trasparente oro e sigaretta. Fiamma.
La prima cicca del secondo pacchetto.
Quel secondo pacchetto, alla mezzanotte, si raggomitolava pure lui, nel cestino della carta.
Quaranta sigarette al giorno.
Questo fumavo. Sulla pelle e nei nervi e nei testicoli ne portavo tutto il peso.
Volevo forse smettere io?
No.
Le cose sono andate così: volevo raccontare una storia. Mi sembrava di non avere più idee, nessuna, da tempo immemorabile. Mi sarei fermato, acchetato in poltrona, cul sul cuscino ad accarezzare il capo dolce dai capelli fini nuovi di mio figlio, se ne avessi avuto uno. Sarei stato là, a guardarlo crescere e imparare andar per la strada sua, stando in disparte, che il tempo mio era fatto. Questo, se avessi avuto un figlio avrei potuto fare. Ma non ne avevo. Avevo solo le storie e la gioia che quel vento, quando tira, mi da.
Volevo una storia ma mi trovavo con il cervello impigrito, digiuno di sacrifici necessari per l'ispirazione. Allora ne ho inventato uno. Ho detto: ideona! Smetto di fumare e filmo tutto quello che succede nel farlo!
Immaginavo che sarei impazzito, avrei dato in escandescenze, perduto il controllo e, con una microcamera, avrei filmato questo disastro, che immaginavo buffo, e ne avrei fatto una storia per immagini.

Questo ho fatto. Per dieci giorni ho filmato tutto quello che mi succedeva, da quaranta sigarette a zero, di colpo.
Mi ero dato una regola: il giorno uno avrei montato tutte le cose girate nel giorno uno. Avrei suonato le musiche, fatto la voce narrante e gli effetti speciali relativi al giorno uno. E il giorno due avrei fatto lo stesso con il materiale girato il giorno due, e avanti così.
Non sapevo dove sarei arrivato o cosa sarebbe successo. Sopratutto non sapevo se sarei riuscito a non fumare.
Sapevo però che in base alla regola data non sarei tornato a modificare il lavoro fatto. Il giorno cinque, per dire, non avrei potuto modificare la voce off del giorno uno, neppure se, una volta riacquistata un minimo di lucidità, mi fossi accorto che faceva cacare.

Nelle storie a fumetti avevo usato spesso stupide regole del genere. Era la prima volta che provavo ad applicarle ad un sistema più complesso come la realizzazione di una storia filmata.

Quello che ne è venuto fuori è una roba molto strana, che a me fa ridere e che mi ricorda pure "la mia vita disegnata male" ma in cinema. Che mi è costato 350 euro e dieci giorni di lavoro più tre di tentativi di migliorare l'audio alla fine. Perché l'audio è veramente una bestiaccia.
Questa cosa, alla fine, mi ha fatto smettere di fumare. Ora sono passati tanti giorni: non ci penso quasi più. Alle sigarette, dico. Non ci penso quasi più.

E' rimasto questo filmino. Dura un'ora e un quarto. Si intitola "Smettere di fumare fumando".