maggio 30, 2014

Una volta sono stato buono

Una volta sono stato buono. Sicuramente sono stato buono, una volta, almeno una volta.
Non ricordo l’anno con precisione, ma era tanto tempo fa, forse il 92, o il 93. Non ricordo con precisione ma il periodo più o meno, credo sia quello.
Era notte. Una notte d’estate. Visto che ho smesso di assumere stupefacenti nel 1999 posso dire che le probabilità che avessi fumato una decina di cannoni quel giorno siano alte. Quindi la situazione è questa: sono a casa con la mia ex moglie e con un amico, Michele. Questo amico adesso abita in Spagna e non ci vediamo da un sacco di tempo, ma sono sicuro che se gli chiedessi di testimoniare la veridicità di questo racconto potrebbe farlo, senza problemi.
Quindi è estate, è notte e siamo al tavolino di cucina, a fumare le canne o a gustarci gli effetti di quelle fumate in precedenza. Non esiste Facebook, non esiste Twitter, non c’è Sky, quindi, probabilmente stiamo parlando.
Visto che, quasi sicuramente mi sono gonfiato la testa di cannoni non avrò voglia di altro che fare lo scemo e non pensare a niente. Forse suono canzoni idiote con la chitarra folk.
La casa in cui siamo è una vecchia abitazione di campagna, costruita sui resti di una antica chiesa medioevale. Una casa molto antica, so che addirittura fu stazione di posta in epoca romana. 
Ci sono i fantasmi, mi hanno detto, e una volta li ho sentiti pure. Ma di questo racconterò in un’altra occasione.
La casa sta su una curva larga, una curva che se fosse rialzata sarebbe una parabolica perfetta, ma non lo è. Quindi, la notte, è solo una curva nel buio della campagna al termine di un rettilineo di tre chilometri. 
Questi chilometri dritti sono una specie di nassa per gli imbecilli del sabato sera, accade quasi ogni fine settimana che qualche imbecille a bordo di un’ auto troppo veloce e leggera arrivi alla curva dove sorge casa mia e mi si schianti, con un gran botto, nel muro di cinta. 
Prima che imparassi a memoria i ritmi di questo flusso migratorio di imbecilli avevo in uso di parcheggiare la macchina (e la mia macchina era sempre una Renault 4) fuori dal cancello, accanto al muro di cinta. 
Così capitava che l’imbecille del sabato sera si schiantasse contro la mia Renault 4, facendola a brandelli. Di solito le mie Renault 4 avevano un’età tra i dieci e i quindici anni e il valore di mercato del rottame si aggirava intorno alle trecentomila lire.
Tre Renault 4 vennero accartocciate in questo modo dagli Ayrton Senna del sabato sera, prima che io capissi che avrei dovuto costruire un cancello e parcheggiare la macchina oltre il muro di cinta e non all’esterno.
Se vi state chiedendo perché parlo di “imbecille” raccontando di povere vittime che si schiantano contro un muro di cemento, di notte, a 150 chilometri l’ora, dovete sapere che nessuno si è mai fatto male. Proprio niente. Una ginocchiata e tanta paura sono stati gli effetti più gravi.
Il mio muro era un muro benedetto. Ora lo so.
Ricordo l’ultimo ragazzo che mi si schiantò nel muro di cinta. Un urto fortissimo provocato dall’impatto di una Ford Fiesta. uscii di casa di corsa, trovai il pilota nell’auto accartocciata, lo aiutai a uscire e quando ebbi constatato che era sano e salvo, guardando lo stato in cui aveva ridotto la macchina gli chiesi, sinceramente curioso: ”scusa ma a quanto andavi?” e la sua risposta, naturalissima, che spense in me ogni residuo moto di pietà, fu, riporto letterale, in gergo pisano: “dè, a tutta.”
A tutta.
Potrei fare una lista degli incidenti se questo racconto parlasse di questo, ma parla della notte in cui fui buono. Perché almeno una volta lo fui.
Quella notte famosa stavo in casa con un amico e la mia ex moglie e sentimmo comunque uno schianto. Ma piccolo. Un rumore indefinito che venne sottolineato dall’abbaiare dei miei cani. Quell’abbaiare dei cani, se lo avessi messo nel traduttore di google avrebbe riportato: ”vi è qualcuno, un bipede, fuori dal cancello”.
Ma questa notte famosa ebbe luogo prima che Google e Facebook conquistassero i nostri cuori e le nostre anime ed ebbe luogo quando ancora non avevo capito che sarebbe stato meglio parcheggiare la Renault 4 all’interno del cortile e non all’esterno a far da guardrail alle Ford Fiesta che arrivavano “a tutta”. 
Quindi uscii di casa, afferrai pure un bastone, perché stare in campagna, isolati, è figo, ma fa anche paura a volte e se hai le braccia come due Baguette Tradition, come le mie, un bastone ti viene naturale.
Quindi esco con il bastone e una torcia. La torcia è una Maglite di quelle kingsize, nera. Quelle che usano i poliziotti americani. 
Illumino il cancello. Nessuno. State zitti cani. I cani abbaiano ancora. Apro il cancello. Illumino a destra, il culo della Renault 4, gli antichi fari posteriori mi rimandano il rosso della plastica. Mi sposto, si sposta il fascio di luce, sulla strada, una bicicletta stesa. Possibile che qualcuno sia arrivato in bicicletta “a tutta” e si sia schiantato contro la mia macchina? La luce scivola ancora sul terreno, qualcosa luccica, sassolini levigati, i fotoni della torcia incontrano la ruota della macchina, la fiancata, la portiera,  si arrampicano e scoprono due gambe con due piedi che spuntano dal finestrino del guidatore.
I sassolini levigati sono frammenti di vetro. I piedi si muovono piano, su e giù, come se il proprietario di quei piedi volesse camminare in orizzontale, su un piano immaginario perpendicolare al terreno.
Non so quanti di voi si sono mai trovati ad avere a che fare con uno sconosciuto piantato nel finestrino della propria macchina, di notte, in aperta campagna, casa isolata, ma è una cosa che fa un po’ paura. Intanto perché non si sa mai, in generale. Poi non si sa se quelle gambe sono le uniche, magari ce ne sono altre tre paia con sopra dei gropponi e dei braccioni attaccati. Quindi, quella notte, la notte in cui fui buono, per prima cosa feci il cattivo. La paura mi fece fare il cattivo e mi procurò in prestito il vocione impostato di mio padre per urlare “cosa fai?!”
Le gambe, si mossero di nuovo allora, probabilmente in qualche alfabeto di polpacci Morse da me non conosciuto. Comunque, le gambe non risposero. Per fortuna, non ne spuntarono altre dall’ombra della notte. 
Mi avvicinai ancora. 
C’era una persona attaccata a quelle gambe, aveva la testa sul sedile del passeggero e le braccia piegate in modo che lo rendevano inoffensivo. Insomma, non ho grandissima esperienza di combattimento uomo a uomo ma non credo che iniziare un match con la metà corpo infilato nel finestrino di una macchina sia una condizione vantaggiosa.
E poi, a quel punto, mi veniva da ridere. 
Non era una minaccia.

C’erano indizi che prima non avevo notato e li notai solo mentre le gambe si sfilavano e, aiutate da me e il mio amico, si ricomponevano sull’asfalto, dipanando un uomo.
Una maglietta bianca con taschino sul petto gli copriva la parte superiore, il tizio aveva battuto la testa e il sangue uscito dalla ferita quella maglietta aveva rovinato. Il taschino era gonfio.
Mandai uno sguardo all’interno dell’auto. C’erano frammenti del finestrino sul sedile e tra i pedali. C’era lo sportellino del bauletto aperto. Le sigarette che lo abitavano, un pacchetto di Marlboro, non c’erano più e facevano ora timida mostra di se nella semi trasparenza della maglietta dell’uomo, nel taschino.
Interrogatorio, bastone in mano: che cazzo fai? Perché eri piantato come un pesce nel mio finestrino? Sei ferito? Che cazzo hai fatto?
Sono caduto, la risposta. Guidavo la bicicletta e sono caduto e cadendo sono finito con la testa contro il finestrino. Sono ferito, guarda. 
Guardo. Perde sangue. 
Sono caduto.
E cadendo, la mano ti è finita sulla serratura del bauletto, l’ha aperto e ha fatto spuntare fuori le Marlboro che ti sono finite nella tasca della maglia, gli chiedo?
Si fa aggressivo. Che cazzo vuoi? Mi dice. 
Faccio un passo indietro e mi stabilizzo. Mazza di legno in mano. Ora lo guardo. L’uomo ha la mia età. Un forte accento napoletano. E’ male in arnese, la maglia non è solo sporca di sangue e i pantaloni sono laceri. La bicicletta, ancora svenuta sulla strada è monca e sbilenca, chiaramente rubata.
Intorno i grilli.
E’ un ladro. 
Realizzo: ho catturato un ladro. 
Un ladro evidentemente frastornato, forse ubriaco, forse ha preso degli psicofarmaci, conosco l’effetto, furono una moda nel mio gruppo di amici, in passato e il ladro è instabile, sulle gambe, in modo familiare.
Ho catturato un ladro. Non mi era mai successo.
Cosa si fa quando si cattura un ladro? Ci sono differenti opzioni, almeno nel caso di ladri catturati in una strada di notte, zona isolata, in provincia.
Basta frequentare il bar del paese perché ci sia qualche personaggio locale che illustri le opzioni possibili. Certo, tra le possibilità sentireste pronunciare la parola Polizia ma più frequentemente le tre parole “botta in testa” e “buca nel campo”. Al bar del paese sono fatti così.
Il sonno della ragione genera mostri ma lo stesso effetto può esser generato dall’avere palesemente ragione. 
Sei in casa, tranquillo, di notte e un ladro ti spacca il finestrino della macchina e ti ruba quello che c’è dentro (poco, in effetti) ma forse, se i cani non avessero abbaiato si sarebbe preso la macchina con tutte le ruote.
Quindi io ho ragione in quel momento, indiscutibilmente ragione. Ho una mazza di legno in mano e se gli allungassi una legnata, non dico da farlo svenire fare una buca e via dicendo secondo gli insegnamenti del bar, ma una legnata media. O un cazzotto. Se lo facessi, avrei quasi ragione.
Ecco, in questo preciso momento potrei dare un cazzotto ad un altro essere umano e, sostanzialmente essere comunque dalla parte della ragione. 
Quella stessa ragione potrebbe farsi pugno chiuso e colpo e nessuno potrebbe criticarmi più di tanto. Sì, forse qualcuno lo farebbe, qualcuno che non ha mai vissuto una situazione di ipotetico pericolo, ma gli altri, quelli del bar, che ne sanno, approverebbero, tutti. 
Approverebbero pure i carabinieri, se li chiamassi, dopo. Ne sono sicuro.
Ma quella è la notte in cui fui buono. Forse l’unica volta in vita mia in cui fui veramente e completamente buono, spingendomi fino a quel confine della bontà che molti identificano con la stupidità.
Quindi non porto un cazzotto e la mia attenzione si concentra sul sangue sulla maglia. Sulla ferita alla testa. 
Prendo l’uomo per un braccio. il mio amico Michele sembra deluso, secondo me avrebbe preferito la via del cazzotto. Ma io lo conduco fino al cancello, che quella ferita alla testa va controllata alla luce del bagno.
Ecco, mentre ci muoviamo l’uomo catturato gioca le carte che cambieranno la partita in modo da mettere alla prova il risultato finale. Perché il catturato non si comporta bene. Non riconosce la propria colpa, no. Non si sottomette. Mi insulta. Io lo porto a medicare e lui mi insulta.

La luce del neon della cucina gli definisce meglio le forme e disegna anche il viso stupito della mia ex moglie. Ho catturato un ladro, le dico. E’ ferito.
Così andiamo nel bagno e gli dico di farmi vedere la ferita e chiedo alla donna di casa se mi porta dell’acqua ossigenata.
Laviamo il sangue e la ferita. 
Mi insulta. 
Da dove vieni? Vaffanculo. 
E che stavi facendo qui? 
Che cazzo vuoi? Risponde.
Ok, vediamo quanto male ti sei fatto.
Poco.
Via la maglietta. Donna di casa portami una maglietta pulita. Una maglietta bianca, visto che indossava una maglietta bianca, non stravolgiamo i suoi gusti. Una maglietta bianca. Ce ne sono.
Sul tavolino di cucina, sotto la lampada al neon, c’è un Walkman. 
Non dimentichiamo che questa è una storia del passato, in quel passato esistevano i Walkman e non esistevano gli Smartphone.
L’uomo adesso è seduto su una sedia. Si guarda in giro. Ha gli occhi del malavitoso, le parole del malavitoso e si comporta come se fosse lui ad avere catturato tutti noi. Minaccia. Mi fa pena.
Chiedo di nuovo. 
Riesco a sapere che viene da Napoli. 
Gli chiedo cosa ci fa qui. Non risponde. Lo faccio da solo: Non ci fa un cazzo qui. Va in giro e ruba ed è talmente scemo che finisce infilato come un pesce nei finestrini delle Renault 4.
Non è un gran che come criminale, va detto e glielo dico. Lui fa il gesto della pistola con le dita e quella pistola fatta di indice e pollice cane mi punta addosso. Poi fa lo sparo con la bocca.
Mi hai mancato. Gli dico.
Lui aggiunge che uno come me a Napoli durerebbe dieci minuti. Mi spara di nuovo.
Ok.
Metti la maglia, falla finita.
Lo fa: infila la maglia. 
Vuoi un po’ d’acqua? Beve.
Sei catturato, fratello criminale. Sei ferito, anche se lievemente, e la tua pistola spara saliva dalle labbra. 
Sei prigioniero. Il tuo destino minimo è nelle mie mani. Sento il potere che questa situazione mi da. Potrei chiamare i carabinieri. Forse dovrei. Oppure potrei reagire ai toni strafottenti che l’uomo non sembra voler abbandonare e dargli una botta in testa e fare una buca. 
Perché dovrei stare qui a farmi trattare come un coglione da questo pezzo di merda?
Michele, il mio amico, guarda me e lui con un certo fastidio. Credo che se facessimo una votazione, in questo momento, un esempio ante litteram di democrazia dal basso, lui voterebbe per la buca.
Cosa guardi? Chiedo al ladro. Non perché mi voglia fare i cazzi della sua attenzione, ma ha lo sguardo fisso sul tavolino. 
Un gesto del mento. 
Guardi questo? Ora ho il Walkman in mano. 
Eh.
Lo guardo anch’io. C’è una cassetta dei Pink Floyd all’interno.
Pink Floyd, gli dico. Ti piacciono i Pink Floyd?
Annuisce.
Adesso ha le cuffie del Walkman alle orecchie la mia preda. Siede su una seggiola di legno alla luce al neon della mia cucina. Si sono fatte le tre di notte.
Non mi sente più. 
E non sente la mia ex moglie ed il mio amico. Così parliamo. Che ne facciamo di questo?
Ha spaccato il finestrino? Mi chiede la donna. Sì. Rispondo. 
E fa pure lo stronzo. Aggiunge l’amico. 
Lo so.
Chiamiamo i carabinieri? E’ la domanda.
Gli tolgo le cuffie dalle orecchie. Gli domando dove abita. Fa lo stronzo. Poi ripete Napoli. 
Perché non torni a casa? Gli dico. 
Non ha i soldi per il treno.
In quale quartiere abiti, a Napoli, chiedo, anche se in quel momento della mia vita a Napoli non ci ho mai messo piede e non ne so un cazzo di niente.

Scorrono i campi che aspettano di riempirsi di granturco, sotto la luna.
Sono le quattro. 
La Renault 4 viaggia in senso contrario sul rettilineo usato dai giovanotti della zona per andare “a tutta”. Io guido. Il mio amico Michele sta sul sedile del passeggero e appare contrariato: Tu sei di fuori, mi dice.
Sul sedile posteriore della Renault 4 c’è un ladro con una maglietta bianca nuova nuova, in mano ha un Walkman di bassa qualità, sulla testa un paio di cuffie di bassa qualità e nelle orecchie una musica di ottima qualità. E lui, lo vedo dallo specchietto, muove la testa a ritmo, piano. 
Quando incrocia i miei occhi, nel retrovisore, rimette la faccia sprezzante e mi spara di nuovo.

La stazione è deserta. 
Questa è una storia avvenuta tanti anni fa e la stazione è la stazione di una tranquilla cittadina di provincia e le bande di tunisini che spacciano e si prendono a bottigliate a tutte le ore non sono ancora arrivate.
C’è un treno per Napoli. Non ricordo quanto costa il biglietto ma so che lo pago.
Avrai fame durante il viaggio. Lo vuoi un panino? Annuisce. 
E adesso siamo al binario. Lui sta per salire sul treno e quando gli allungo cinquantamila lire per non tornare senza un cazzo fino a casa il suo atteggiamento da guappo indomito sembra, anche se per un momento, vacillare. Mi guarda in modo diverso, per una frazione di secondo, ma lo fa. E’ stupito. Qualcosa si è incrinato, in questa notte, nel suo metodo di ragionamento.
Sono sicuro che fosse preparato ad essere catturato. Sei preparato a questo quando sei un ladro. Credo che fosse pure pronto a prendersi un po’ di cazzotti, una bastonata. Chissà quante volte le ha prese. Ha la faccia da pugile di strada.
Ma stanotte le cose sono andate diversamente.
E’ stato curato, rivestito, oggetto di doni. Ha la musica nelle orecchie. Cinquantamila lire, un regalo pure questo, nelle tasche.
E’ così che sale sul treno per Napoli.
Fai a modino, sono le mie ultime parole. 
In risposta ricevo l’ennesimo dito pistola puntato al viso. Ma non apre il fuoco questa volta. Fa “clic”, con la bocca. 
E la bocca, forse perché non l’ha controllata abbastanza, fa una piega di sorriso.
Michele ed io rientriamo alla base.  
Non parliamo.
Mi sento da Dio. Anzi, mi sento da figlio di Dio. 
Come diceva quello?

La notte si schiarisce intorno e Michele borbotta un “mah..” che contiene un sacco di cose.
Io nella mia fantasia sono a Secondigliano, dieci anni dopo. Sono stato catturato da un boss della camorra (non so perché, la mia immaginazione non arriva a tanto) sono stato condannato a morte. Arriva il killer che dovrà eseguire. Ha una maglietta bianca. “Fermi, questo lo conosco. E’ nu bravo guaglione” dice.









12 commenti:

Gianfranco Goria ha detto...

Buon Natale, Gianni. :-)

Ci càpita di immaginare che, poi, i "killer" che abbiamo aiutato (e per alcuni, l'elenco sarebbe davvero lungo) si ricordino di noi, ma è meglio non farci conto, nevvero?, e fare ciò che ci pare buono senza l'illusione di un ritorno. Tuttavia, nell'immaginazione, il pensiero viene, e non dispiace per niente. Anzi. Siamo così... ;-)

Gipi ha detto...

A dir la verità, allora quel pensiero non lo feci. Ma ora mi è venuto. Mi sembrava una buona chiusura. :)

capuleius ha detto...

A me una cosa simile (più in piccolo) a quello che hai scritto in chiusura è capitata veramente. In prima media c'era un bulletto che menava tutti, ma non me, probabilmente perchè per indole (e un po' perchè mi faceva paura) non gli ho mai rotto le scatole e non l'ho mai trattato male, fatto sta che mi aveva preso in una sorta di simpatia.
A fine anno scolastico c'era una pizzata di classe: per raggiungere la pizzeria ho attraversato senza pensarci un parchetto, che nel mio paese all'epoca era tristemente famoso perchè succedevano cose, tipo che uno era stato trovato morto in overdose, un bambino era stato violentato da un pedofilo, cose così.
Ero lì, da solo al buio e con i soldi della pizza dati dai miei genitori in tasca e all'improvviso da dietro un albero immerso nell'oscurità spunta un tizio che mi fa: "Oh, ci hai mille lire?"
D'improvviso mi sono tornate alla mente tutte le storie sul parco e mi sono cagato addosso dalla paura. Ho risposto "No", ma la mano è andata istintivamente alla tasca in cui tenevo i soldi. Allora da dietro un albero più lontano e ancora più buio è sbucato fuori il bulletto della mia classe, che ha detto al primo: "Lascialo stare a quello, è amico mio". L'ho salutato con un cenno come se fossimo amiconi e quell'altro mi ha chiesto scusa ed è tornato nell'oscurità.
Ancora oggi ringrazio il bulletto...

Ciao Gipi, sei un grande! (è la prima volta che commento un tuo post...)

peppe stamegna ha detto...

Buoni si diventa, anche sapendo scrivere (bene) quello che ti è capitato. Così facendo analizzi come un chimico ogni molecola della propria esistenza, e allora sai cavarne momenti davvero da buono, e momenti davvero da cattivo. E tante altre sfumature. Come nel libro unastoria, come in questo breve racconto di oggi di Gipi.

Anonimo ha detto...

una domanda, non per criticare il tuo comportamento (assolutamente esemplare), ma per parlare della natura umana:
credi ci fosse anche un elemento di autocompiacimento nel farlo? quel "voler essere buoni" che è una forma di egoismo invece che di altruismo, perché mi porta a percepirmi come buono ecc.
oppure ancora a fare la figura con l'amico.
insomma non per l'altro ma per me.
è una domanda, e non una polemica.
f.

Gipi ha detto...

Per f.
Per l'autocompiacimento: probabilmente sì.
Ma alla fine, con gli anni, mi sono detto che quello che conta è cosa facciamo, anche se le nostre azioni rispondono a pulsioni non sempre cristalline.

Maurizio ha detto...

Oggi avevo deciso di aprire un blog, per capire a cosa servono, ed al primo passaggio il fato come per magia mi fa apparire il tuo Blog.
So che la magia od il fato non ci entrano niente ma mi piace pensarlo.
quindi leggo questa bella novella, e ti vedo; gonfio, in para, con Michele, ed il tipo infilato nel R4, vorrei esserci stato, forse sarebbe andata diversamente, forse no, ma mi sono divertito a leggerla ed ho capito a cosa serve un Blog, grazie Gianni, forse lo faccio.

hzkk ha detto...

ti leggo al rallentatore, devo immaginare ogni singola scena disegnata da te. bell’esercizio

Gianfranco Goria ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Gianfranco Goria ha detto...

Conta quel che si fa. E quel che non si fa. Il retro pensiero è quel che è: nessun umano, penso, è veramente "sano di mente" e, quindi, "perfetto". La mia personale esperienza riguardo al cervello (niente di divertente, per la cronaca, anzi - da romanzo forse, ma non da ridere a creapapelle) mi fa pensare che abbiamo tutti di solito un cervello notevole, ma tendenzialmente malfunzionante. Quello abbiamo, quello ci tocca usare. Se ne caviamo qualcosa di buono, cavolo, è davvero fantastico. "Grasso che cola", mi verrebbe da dire. Da far festa ogni volta che capita e guardare le nuvole con un sorriso. :-)

(Per la cronaca: io, alla fine, dopo cinquant'anni di malfunzionamento, ho dovuto capire finalmente che funzionavo male e farmi aiutare: non tutto si aggiusta "da sé" e senza volontà...)

Anonimo ha detto...

Ciao Gipi,
oggi sistemando il mio archivio di Cuore ho aperto a caso il numero 234 (5 agosto 1995). La tua rubrica "notizie da salvare" riportava proprio questa storia. All'epoca nello walkman giravi i Deep Purple.
Comunque è stato bello vederla anche disegnata...

Claudio Cirrito ha detto...

La mano ce l'hai eccome: un racconto piccolo piccolo, nessun disegno, eppure c'è tutto il bello da leggere in un racconto.
Sei bravissimo, complimenti!